Ecco il piano segreto sul Covid che il governo si ostina a nascondere

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Dunque esiste. È stato tenuto riservato, se non segreto. E non si tratta solo di uno “studio”, ma di un vero e proprio “piano” pandemico contro la diffusione del Covid-19. Il documento di cui ormai si parla da qualche giorno è saltato fuori, nonostante solo pochi giorni fa sia il ministro Roberto Speranza che il coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, abbiano provato a derubricarlo.

A conti fatti, e leggendo il pdf da 40 pagine reso noto oggi dal Corriere, non si riesce bene a capire per quale motivo il ministero della Salute non abbia voluto pubblicarlo nei giorni scorsi. Come ilGiornale.it ha ricostruito (qui), che sotto ci fosse qualcosa di poco era evidente. La prima volta ne parlò ad aprile il dg Andrea Urbani. In un’intervista fece riferimento a tre scenari, spiegando che il piano era stato secretato “per non spaventare la popolazione” con proiezioni e numeri troppo drammatici. Disse che era pronto da gennaio, anche se si trattava forse di un errore temporale. Fatto sta che in molti si sono messi sulle tracce di quel documento. Ma quando alcuni cronisti lo hanno chiesto, il ministero ha risposto di non averlo. E lo ha derubricato ad uno “studio in itinere”. Di fronte ad una richiesta di accesso agli atti la Protezione Civile ha poi inviato a Repubblica quello che considera l’unico documento riconducibile al “piano”: ovvero uno studio prodotto dal ricercatore Stefano Merler della Fondazione Kessler.

Gli scopi del Piano

Era segreto o solo uno studio? Qualcosa non torna sul piano anti-CovidE invece c’è. Probabilmente il “piano” segue lo “studio” e ne incorpora i dati. Comunque è stato redatto la prima volta il 19 febbraio, stilato nuovamente il 22 febbraio (dopo Codogno), approvato definitivamente dal Cts il 2 marzo e poi aggiornato via via che l’infezione italiana si andava aggravando. Lo scopo del “Piano” è “garantire un’adeguata gestione dell’infezione in ambito territoriale e ospedaliero senza compromettere la continuità assistenziale, razionalizzando l’accesso alle cure, per garantire l’uso ottimale delle risorse. L’erogazione di cure appropriate ridurrà la morbilità e la mortalità attenuando gli effetti della pandemia”. Nel documento si delineano necessità e azioni da intraprendere: la scorta di mascherine, l’aumento dei posti letto in terapia intensiva, la riorganizzazione degli ospedali. Tutte questioni poi rivelatesi il tallone d’Achille della risposta italiana al morbo.

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I livelli di rischio

“Secretate il piano anti-Covid”. E in piena crisi era incompletoIl Piano prevede “tre scenari declinati in base alla capacità del Paese di rispondere alla domanda assistenziale correlata ai diversi livelli di rischio”. Il primo sembra più un caso di studio: si registra una “sostenuta ma sporadica trasmissione e diffusione locale dell’infezione e dalla capacità del Ssn di rispondere attraverso una gestione straordinaria e preordinata di interventi preventivi”. Diversi invece gli altri due scenari. Nel caso del “livello di rischio 2”, con l’R0 stimato a 1,15, si ha una “diffusa e sostenuta trasmissione locale con aumentata pressione sul SSN che risponde attivando misure straordinarie preordinate”. Il modello matematico parla di 672mila possibili casi confermati sintomatici e 88mila persone in terapia intensiva. Infatti, è sulla base di tale scenario che si ipotizza il rischio che “i posti letto disponibili in ordinario” non siano sufficienti “a coprire le necessità assistenziali che si verrebbero a determinare”. Nel “livello di rischio 3”, invece, si prevede una “diffusa e sostenuta trasmissione locale con aumentata pressione sul SSN che risponde attivando misure straordinarie che coinvolgono anche enti e strutture non sanitarie”. LR0 stimato è a 1,25 e i casi ipotizzati 1,4 milioni, con 194mila degenti in rianimazione. L’offerta ospedaliera, si legge nel testo, “deve essere profondamente riorganizzata con ampliamento degli spazi assistenziali in quanto il numero di casi confermati e di casi con condizioni cliniche gravi supera significativamente le attuali dotazioni di posti letto ospedalieri, con particolare riferimento alle strutture di malattie infettive e terapia intensiva”.

Le terapie intensive

Il tasto dolente è quello sulle riamazioni. Ad inizio epidemia i letti disponibili sono solo 5.324, peraltro occupati all’85%. Riducendo del 50% l’attività chirurgica, gli esperti sono certi di poter liberare fino a 1.597 posti in TI di cui 103 in isolamento. Non basteranno, come sappiamo, visto che il 3 aprile l’Italia registrerà 4.068 pazienti gravi ricoverati. E infatti già nel Piano si ipotizzava un gap tra letti disponibili e necessari che, al momento del picco, poteva andare dai 14mila ai 34mila posti.

Le mascherine

Discorso simile viene affrontato anche per i ricoveri dei pazienti con sintomatologia lieve che necessitano di ospedalizzazione. Il documento stima un fabbisogno di 72.844 posti letto nello Scenario 2 e 169.260 nello Scenario 3. Ma è soprattutto sui Dpi che si concentra. Il Piano ricorda che, soprattutto nelle strutture intensive, “è necessario “dotare queste unità operative di scorte di tute “coverall”, maschere, shields, cappe, guanti e altri presidi nelle diverse misure e taglie”. Servono scorte “adeguate al volume atteso di pazienti secondo il livello di attività previsto dall’organizzazione”. L’Italia in quel momento non ne ne ha. Eppure pochi giorni prima, il 15 febbraio, il governo aveva regalato 18 tonnellate di materiali sanitari alla Cina. Per poi trovarsi sguarnito.

il giornale.it

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