L’arsenale di Teheran: missili e difese aeree con l’aiuto di Cina e Russia

Iran, le dichiarazioni del generale Ali Shamkhani, consigliere della Guida Suprema Ali Khamenei, non vengono lette dagli analisti come semplice propaganda. «Trump farebbe meglio a ricordarsi dei missili iraniani che hanno colpito la base americana in Qatar», ha avvertito, richiamando l’attacco contro la base di Al Udeid come dimostrazione concreta della capacità di risposta di Teheran a eventuali aggressioni.
Il raid su Al Udeid e il messaggio agli Stati Uniti
L’azione contro l’aeroporto militare di Al Udeid, scattata dopo dodici giorni di bombardamenti israeliani, è stata limitata e simbolica, con un numero ridotto di ordigni e un preavviso alle autorità qatariote. Ma il segnale è stato chiaro: l’Iran dispone ancora di un arsenale missilistico ampio e operativo, in grado di colpire le infrastrutture statunitensi nella regione.
Secondo stime occidentali, Teheran avrebbe almeno 500 missili pronti all’uso, ma alcune valutazioni di intelligence parlano di fino a 1.000 unità. La maggior parte è trasportabile su lanciatori mobili su camion, difficili da individuare e dispersi sul territorio in attesa di ordini. Un attacco coordinato potrebbe portare decine di missili a colpire simultaneamente più basi.
Le basi Usa nel raggio d’azione iraniano e il duello missilistico con Israele
Oltre al Qatar, il livello di allerta è salito anche in Iraq (Erbil), negli Emirati Arabi Uniti (Al Dhafra), in Giordania (Muwaffaq al Salti), in Bahrein — sede del comando della Quinta Flotta Usa — e in Kuwait. Tutte queste installazioni rientrano nel raggio d’azione dei vettori iraniani, anche quelli di portata più ridotta. Più distante resta invece la base saudita di Prince Sultan.
Durante il conflitto di giugno, l’Iran ha lanciato 631 missili balistici contro Israele. Di questi, 36 hanno colpito aree urbane e 243 sono caduti in zone disabitate. Le difese israeliane e quelle statunitensi schierate in Arabia Saudita hanno intercettato 221 ordigni, in un confronto che si è svolto anche al di fuori dell’atmosfera.
Il costo in termini di difesa è stato elevato: secondo fonti militari, sono stati consumati circa un terzo degli intercettori americani THAAD e una quota significativa dei missili Arrow 3 israeliani, riducendo temporaneamente le scorte disponibili.
I nuovi missili e il lavoro dei Pasdaran
Dopo gli scontri, i Guardiani della Rivoluzione hanno accelerato lo sviluppo dei sistemi più avanzati. Gli impianti danneggiati dai bombardamenti israeliani sono tornati operativi e la produzione si è concentrata sui modelli più sofisticati, in particolare sulla famiglia Fattah-1. Tra questi spiccano Haj Qasem, dedicato al generale Qasem Soleimani, ucciso da un drone statunitense nel 2020; Kheibar Shekan, dal forte valore simbolico e propagandistico.
Si tratta di missili capaci di superare i 10.000 km/h o di manovrare nella fase terminale, rendendo più complessa l’intercettazione. «Il nostro potere missilistico è oggi superiore a quello della Guerra dei Dodici Giorni», ha dichiarato il ministro degli Esteri Abbas Araghchi.
Il sostegno tecnologico di Pechino e Mosca
Secondo ricostruzioni di intelligence, Cina e Russia avrebbero fornito un contributo determinante. Pechino avrebbe consegnato circa 2.000 tonnellate di perclorato di sodio, componente chiave per il propellente solido dei missili. Da Mosca sarebbero arrivati consigli tecnici per migliorare precisione e sistemi di guida, rendendoli più resistenti alle contromisure elettromagnetiche, una lezione maturata nel conflitto ucraino.
I due alleati avrebbero inoltre contribuito a rafforzare la rete di comando e controllo iraniana con comunicazioni criptate, essenziali per coordinare lanci simultanei su larga scala.
Jamming e vulnerabilità dei cieli iraniani
Alla Cina viene attribuita anche la fornitura di sistemi di jamming, attivi in aree chiave del Paese, capaci di disturbare il segnale GPS e complicare le operazioni di puntamento e di intelligence avversarie.
Diverso il capitolo difese aeree. I tentativi iraniani di acquistare batterie terra-aria non avrebbero avuto successo, in parte perché la Russia ne ha bisogno per il conflitto in Ucraina. Anche la consegna dei caccia Sukhoi Su-35 procede a rilento. Il risultato è una debolezza strutturale nella protezione dello spazio aereo iraniano.
La deterrenza come strategia
È proprio questa vulnerabilità a spingere Teheran a puntare sulla rappresaglia missilistica come principale strumento di deterrenza. In assenza di scudi efficaci, la leadership iraniana tenta di trasformare una fragilità interna in una prova di forza esterna, facendo leva su un arsenale che resta, numeri e tecnologia alla mano, uno dei più imponenti del Medio Oriente.




