La sfida di Truth, il social network di Trump contro tutti

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Che fare quando si viene bannati dai maggiori social network del pianeta? Invece di lamentarsi, si crea il proprio social network. È una reazione tipica di Donald Trump, l’unico dotato dei mezzi e della volontà per sfidare tutto e tutti, anche i colossi del Web. E la sua creatura mediatica, il Truth Social, lanciato il 21 ottobre e attualmente disponibile in una versione beta (di prova) per soli invitati, sta prendendo concretamente forma. La Trump Media & Technology Group (Tmtg) dell’ex presidente statunitense e la partner Digital World Acquisition hanno annunciato l’arrivo di un miliardo di dollari da parte di investitori istituzionali.

«Ho creato Truth Social e Tmtg per resistere alla tirannia delle Big Tech – aveva annunciato Trump il 21 ottobre, al momento del lancio – Viviamo in un mondo in cui i Talebani sono molto presenti su Twitter, ma il vostro presidente americano preferito è stato silenziato». Giornalisti del Washington Post che sono riusciti a intrufolarsi fra gli invitati della versione beta affermano che si tratti di un social network molto simile a Twitter. Invece che i tweet ci saranno i truth e invece dei re-tweet si rilanceranno i re-truth. Al di là dei nomi differenti, diverse saranno le regole per la moderazione. Twitter sta intervenendo sempre più sui contenuti, non solo censurandoli col pretesto che siano violenti (e magari non lo sono, ma “istigano” all’attivismo dalla parte che viene ritenuta sbagliata), ma molto spesso e volentieri li “etichetta” con interventi di fact checkers “indipendenti”.

Se Trump dovesse limitarsi a concepire una versione di Twitter alternativa, tuttavia, la sua nuova avventura potrebbe avere vita breve. L’esempio recente di come si possa finire male, lo fornisce l’ascesa e caduta (e forse rinascita) di Parler, un altro concorrente di Twitter dove si davano appuntamento soprattutto sostenitori di Trump e conservatori anglosassoni in generale. Parler è tornato nello App Store di Apple a maggio, dopo oltre cinque mesi di assenza, promettendo e applicando però nuove regole di moderazione. Considerando che era nato nel 2018 specificamente per evitare una moderazione troppo invadente, si è trattato di un atto di sottomissione. E non è bastato a Google, che non lo ha riammesso nel suo catalogo, perché le sue riforme non erano sufficienti.

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Alla fine del 2020, in periodo elettorale, ai danni di Parler, era partito il classico linciaggio mediatico, con accuse di ospitare “estremisti”, “suprematisti” e “terroristi” (da notare che la presenza dei Talebani e, in un primo momento, anche jihadisti dell’Isis su Twitter e Facebook, non aveva fatto altrettanto scalpore) e soprattutto di non moderarli, facilitando la diffusione di “messaggi di odio”. Il pretesto che aveva dato il “là” è stato l’assalto al Campidoglio da parte di una frangia estrema dei sostenitori di Trump. Due giorni dopo, l’8 gennaio, Google ha escluso Parler dal suo sistema e dal suo catalogo, rendendolo incompatibile anche con i cellulari che usano il sistema operativo Android. Il giorno dopo, il social network è stato escluso da Apple e infine domenica 10 Amazon (che ne ospitava il sito Web) ha informato l’amministratore delegato e co-fondatore di Parler John Matze che avrebbe cessato il servizio unilateralmente. Nel giro di un fine settimana, un social network promettente e in espansione, con 15 milioni di utenti, ha di fatto cessato di esistere. E a nulla è servito il ricorso alla giustizia ordinaria: due cause intentate contro Amazon non hanno portato a nulla, almeno per ora, la prima vertenza è stata respinta, la seconda è ancora in corso. Nel frattempo, il social network conservatore, già parzialmente ritornato online il 15 febbraio, è sceso a compromessi: licenziato John Matze, i suoi successori hanno trovato un accordo con Apple (ma non ancora con Google) almeno per tornare sul suo catalogo di app.

Il lungo e recente esempio di Parler dovrebbe scoraggiare qualsiasi nuova avventura, per chiunque voglia far concorrenza ai giganti del Web e soprattutto alla loro ideologia di sinistra. L’episodio dimostra, infatti, che per tappare la bocca a un intero social network con decine di milioni di iscritti, non è occorsa né una nuova legge, né una sentenza. È bastato un semplice tacito accordo fra tre aziende (tre!) per buttarlo fuori dal Web. E il fallimento del primo ricorso, in gennaio, dimostra che la legge è muta di fronte a un episodio del genere.

L’ex presidente degli Stati Uniti intende Truth Social come la prima pietra di una nuova costruzione mediatica. Non vuole limitarsi alla creazione di un social network, ma anche di una televisione in streaming, che faccia concorrenza a Netflix. Ma il punto è sempre quello: con cosa usare il social o guardare la nuova Tv, se chi gestisce i cataloghi Web, i motori di ricerca, i server e lo stesso sistema operativo dei nostri dispositivi decide di silenziarti? Sarebbe come se tu provassi a vendere un nuovo giornale, da te diretto ed edito, nel momento in cui un tuo rivale controlla le cartiere, le tipografie, i sindacati dei distributori e tutte le edicole. Solo uno come Trump può accettare una sfida del genere.

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