Il voto spacca-Movimento: “Il no a Draghi è la nostra fine”

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L’ora dei veleni è scoccata poco prima del voto su Rousseau. Con l’ipotesi peggiore che fa capolino: la fine del Movimento 5 Stelle così come è stato. Il sostegno al governo Draghi è al centro di uno scontro interno, che nella migliore delle ipotesi porterà alla fuoriuscita di una pattuglia di parlamentari.

Il gruppo riconducibile al nuovo V-Day lanciato proprio mentre la delegazione, capeggiata da Beppe Grillo, stava incontrando il presidente incaricato, Mario Draghi. In molti hanno già la valigia pronta, destinazione ancora ignota. Ma c’è di più. E lo sintetizza una fonte parlamentare del M5S a IlGiornale.it: “La conta su Rousseau è un pericolo molto serio, va ben oltre la battaglia di Di Battista. Se dovesse vincere il no, sarebbe praticamente la fine del Movimento”.

I motivi? “Prima di tutto si chiuderebbe qualsiasi finestra di alleanza con Pd e Leu. E poi immaginate cosa potrebbe accadere se, per la prima volta, fosse sconfessata la posizione di Beppe?”. Perché, al di là dei video in cui fa l’attendista, Grillo ha già scelto: bisogna sostenere l’esecutivo Draghi. Anche se fosse tutto tecnico. Il veto Draghi è una bocciatura del fondatore, il Garante da sempre. Le conseguenze, a quel punto, possono diventare drammatiche: ci sono molti parlamentari disposti a contraddire il verdetto emesso da Rousseau. Al costo di lasciare il Movimento stesso. “Attenzione non significherebbe ribaltare un esito negativo, ma semplicemente scegliere altre strade e rispettare il mandato consegnato da più di dieci milioni di elettori nel 2018”, puntualizza la fonte. Lasciando spazio ad Alessandro Di Battista&Co, certo, ma consentendo il prosieguo della legislatura.

Rischio frana del Movimento

Così se scissione dell’ala capeggiata di Dibba rappresenterebbe un piccolo smottamento, il “no” al governo sarebbe una frana che travolgerebbe tutto. Quanti sono i parlamentari del “sì a ogni costo”? Difficile contarli, ma c’è chi prefigura una sorta di big bang con decine e decine di eletti determinati a rispondere all’appello del Presidente, Sergio Mattarella. E appoggiare Draghi. Uno scenario che toglie il sonno anche ai vertici, con il reggente Vito Crimi in balia delle onde. “Ma non accadrà, perché spiegheremo le tante ragioni per cui bisogna appoggiare Draghi”, sottolinea un altro parlamentare, fervente sostenitore del “sì” al nuovo esecutivo. Un mantra di autoconvincimento, perché l’allarme rosso è scattato. Eccome.

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C’è chi dice no

In questa escalation di tensioni e di preoccupazioni, è partita di gran carriera una sorta di campagna elettorale social tra le due posizioni: favorevoli e contrari. Ad aprire le danze è stato proprio Di Battista con una serie di post avvelenati contro “l’apostolo delle élite”, l’etichetta affibbiata a Draghi. “L’annullamento delle votazioni su Rousseau programmate per il 10 e 11 febbraio risulta inaccettabile”, attacca il senatore Mattia Crucioli, da tempo annoverato tra i malpancisti, parlando di “requiem per la democrazia diretta”. Le sue parole suonano come un commiato per l’apertura di nuovi progetti o comunque un guanto di sfida per resettare tutto il governismo e tornare all’opposizione: “La bandiera del moVimento è stata ammainata e occorrerà ripartire da zero”. Il collega a Palazzo Madama, Matteo Mantero, taglia corto: “Faremo un servizio molto migliore per il paese se vigileremo dall’opposizione come sappiamo fare bene. Se anche noi ci allineeremo definitivamente al conformismo chi resterà di guardia?”. Un altro barricadero, il deputato Pino Cabras, boccia direttamente Grillo: “Verso il fondatore Beppe Grillo non sono irriconoscente. Ma lui è irriconoscibile. Non siamo nati per assecondare tutto questo, ma per contrastarlo e cambiarlo”, ha messo nero su bianco. Ma tanti altri, dal deputato Alvise Maniero alla senatrice Bianca Laura Granato hanno ribadito la propria idea: no a Draghi.

Appello alla responsabilità

La presa di posizione del premier uscente, Giuseppe Conte, è stata quindi strategica per rintuzzare gli attacchi dei seguaci di Dibba:”Se fossi iscritto a Rousseau voterei sì. Ci sono tali urgenze che comunque è bene che ci sia un governo”. Posizione condivisa e maggioramente articolata da Azzurra Cancelleri, segretaria di presidenza alla Camera per il M5S: “A chi dice che dovremmo diventare opposizione al Governo Draghi, rispondo: opposizione a cosa? Opposizione al piano vaccinale? Alle riforme necessarie a seguito del taglio dei parlamentari? Al principio che i nostri ragazzi devono poter tornare a scuola? Al come spendere i fondi del Recovery Fund? A cosa esattamente dobbiamo fare opposizione?”. Il messaggio della deputata si chiude con l’invito alla responsabilità, ad anteporre il bene del Paese a qualsiasi altra cosa. Il collega a Montecitorio, Giorgio Trizzino, in maniera più felpata, si mostra in sintonia e chiede di “fare presto, in tutti i sensi e non occuparci soltanto di consultazioni!”, riallacciandosi alla situazione economica e sanitaria del Paese. Più prudente, ma comunque possibilista, resta un altro deputato, Luca Carabetta, che invita a “porre nostre condizioni e affrontare questa grande sfida con onestà, trasparenza e con la grinta di sempre”.

Mentre Aldo Penna è andato giù pesante: “Un gruppo di persone che fuori dal Movimento non sarebbero mai state candidate in nessuna lista o comunque avrebbero raccolto poche decine di voti, però si ergono a giudice supremo del giusto e dell’ingiustizia scivolando nel ridicolo. Queste persone sono degne di una sola parola a commento: vergogna. Stare seduto accanto a loro a Montecitorio mi provoca un profondo imbarazzo” Uno dei big del Movimento, come Carlo Sibilia, si limita a condividere il video di Grillo, invitando tutti ad ascoltarlo. Mentre la deputata Carla Ruocco ribadisce: “Dobbiamo essere garanti delle nostre idee su ambiente, scuola, salute. Non possiamo rinunciare ai nostri capisaldi!”. Un clima acceso che è il preludio a una votazione su Rousseau quantomai incerta. E potenzialmente devastante per i 5 Stelle. Intanto secondo quanto riportato dall’Adnkronos, una telefonata tra il premier incaricato Mario Draghi e Beppe Grillo, avrebbe sbloccato l’impasse legato al voto della base pentastellata sulla piattaforma Rousseau. La telefonata ci sarebbe stata in tarda mattinata, attorno all’ora di pranzo, da qui la decisione di accelerare con il voto dei militanti.

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