Così la Raggi spende 1,7 milioni per trovar appartamenti a rom

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Con l’avvicinarsi del voto della prossima primavera è partita la corsa contro il tempo del Campidoglio per portare a termine il piano di superamento dei campi rom.

Un piano partito nel 2017 che prevedeva bonus affitto di circa 800 euro al mese e soldi per i rimpatri volontari degli stranieri nei Paesi d’origine, che però, è rimasto fermo al palo. I numeri del fallimento sono riassunti dal quotidiano online Roma Today. In quattro anni ad essere chiuso è stato un solo insediamento, il Camping River. Gli ex occupanti di roulotte e container ora vivono in appartamenti dove pagano un regolare canone di affitto? Neanche per sogno. Su 400 ospiti soltanto in sei hanno utilizzato il buono del Comune. Secondo quanto risulta allo stesso quotidiano, però, i contratti ancora attivi sono solo quattro.

In 14 invece, avevano scelto di incassare il contributo per tornare nel proprio Paese. Come si è conclusa la loro esperienza? Sono rientrati tutti in Italia. A La Barbuta, Castel Romano e La Monachina, tre degli insediamenti più problematici della Capitale, che dovevano essere sgomberati tra la fine del 2020 e la fine del 2021, a sfruttare il buono affitto finora sono state soltanto quattro famiglie, su un totale di diverse centinaia di persone. La chiusura delle due baraccopoli di Ciampino e Massimina era prevista per la fine dell’anno che si è appena concluso. Ora, secondo le dichiarazioni della sindaca, Virginia Raggi, è slittata alla “fine del mandato”. “Andiamo avanti in maniera inesorabile”, ha assicurato la prima cittadina grillina, che con l’entrata nel vivo della campagna elettorale, spera di chiudere la partita il prima possibile.

Per questo il Campidoglio, due giorni prima di Natale, ha pubblicato un bando che scade il prossimo 15 gennaio, per individuare “con urgenza appartamenti per ospitare le famiglie rom in uscita dai campi” a Roma e nelle altre quattro province della regione. Costo dell’operazione, secondo quanto si legge sempre su Roma Today, che cita il testo dello stesso bando, 1,785 milioni di euro. Di questi 900mila arrivano da Bruxelles, mentre 885 vengono prelevati direttamente dalle casse del Campidoglio. Le stesse che ancora stentano, come ricorda Libero, a liquidare le pratiche presentate dai circa 20mila romani in difficoltà per la crisi, che hanno fatto richiesta per ottenere il bonus affitto.

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Il bando arriva dopo la determina dirigenziale con la quale l’Ufficio speciale per i rom, sinti e caminanti, qualche giorno fa, ha messo sul piatto circa 91mila euro per sondare la disponibilità di strutture di accoglienza e “appartamenti ad uso bed and breakfast con zona cucina, resisi disponibili per gli effetti sul turismo dell’emergenza Covid19”, per ospitare i sei nuclei familiari (una ventina di persone) che vivono nell’area F del campo di Castel Romano, una di quelle che presenta le problematiche più gravi a livello igienico sanitario.

Una soluzione che, anche stavolta, è soltanto provvisoria. Le risorse servono a coprire contratti della durata massima di 107 giorni. L’opposizione parla di ennesima misura emergenziale. “Questa ulteriore spesa extra in vista della campagna elettorale certifica il fallimento del piano rom dell’amministrazione grillina”, attaccava nei giorni scorsi la consigliera regionale della Lega, Laura Corrotti, ingaggiando un botta e risposta via social con il consigliere grillino Paolo Ferrara. E sono gli stessi portavoce dei nomadi ad avanzare perplessità. “Non è detto che le persone accettino di spostarsi, chi gli assicura che dopo 107 giorni non si ritroveranno in mezzo ad una strada?”, aveva detto Carlo Stasolla, presidente dell’Associazione 21 Luglio al Giornale.it.

A chiarire la questione è la delegata all’Inclusione di Roma Capitale, Monica Rossi, che in una nota fa sapere che “non si tratta di una misura emergenziale né concepita nelle ultime settimane”, ma di una “misura era già presente sin dal principio nel piano rom e nasce come uno dei molteplici strumenti per favorire l’inclusione dei residenti nei campi”. “L’accoglienza diffusa – precisa – è un servizio comunque temporaneo e costituisce un’evoluzione operativa che tiene conto della negativa esperienza dei grandi centri di accoglienza che in alcuni casi si sono tradotte anche in eventi di scontro con la popolazione”.

“L’investimento messo in campo per il servizio di accoglienza diffusa produrrà inoltre un vero e proprio effetto moltiplicatore perché contribuirà a chiudere quei campi che sono arrivati a costare sino a 30 mln l’anno alle casse capitoline”, conclude la delegata della sindaca.

Ma per i Radicali non ci sarebbe nessun risparmio per le casse del Comune. Anzi. “Questi bandi sono costosissimi: numeri alla mano, una famiglia di sei persone arriverebbe a costare più di centomila euro l’anno per alloggio, vitto e attività formative”, denunciano Leone Barilli e Francesco Mingiardi, segretario e presidente dei Radicali Roma.

Misure che, continuano gli esponenti del partito, “equivoca l’idea di inclusione contribuendo ad alimentare, e questa volta a ragione, il pregiudizio di chi lamenta disparità di trattamento a parità di disagio a favore di chi vive nei campi”. Insomma, secondo i Radicali, le politiche del Comune targato Cinque Stelle “avrebbero un prezzo sociale elevato e non giustificato” e tratterebbero “le persone con un paternalismo educativo mortificante e controproducente”.

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