Usa, Trump incastra i dem: via il segreto sul Russiagate. “Hillary ordinò: diffamate The Donald”

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Dopo il rientro in pompa magna alla Casa Bianca, seguito al breve ricovero per il Covid, Donald Trump si gioca un’altra carta pesante nella partita della campagna elettorale: quella del Russiagate. Il direttore della National Intelligence Usa, John Ratcliff, ha declassificato un memo inviato nel 2016 dalla Cia all’allora direttore dell’Fbi, James Comey, dal quale emerge un atto d’accusa nei confronti di Hillary Clinton. Nel pieno della sfida con i democratici in vista del voto di novembre, la rivelazione rischia di avere un certo effetto. Tanto più che arriva alla vigilia dell’attesissimo faccia a faccia tra i due candidati alla vicepresidenza, la democratica Kamala Harris e il vice in carica Mike Pence.

L’asso alla vigilia del faccia a faccia Harris-Pence

Il dibattito tra i due, in questi giorni, si annunciava come tutto incentrato sulla malattia e sullo stato di salute di Trump, ora c’è un argomento che potrebbe deviare l’attenzione su altri terreni. Il memo declassificato, infatti, parla di informazioni di intelligence che suggerivano una approvazione dell’allora candidata democratica alla presidenza, Hillary Clinton, a un piano per collegare la campagna di Trump all’hackeraggio del Democratic National Committee, attribuito alla Russia. Dunque, si tratterebbe della pistola fumante che, una volta per tutta, ribalterebbe l’accusa di “intelligenza con nemico” inizialmente mossa a Trump dai democratici. E poi finita nel loro campo, con i repubblicani che li accusavano di averla organizzata come montatura per penalizzare l’allora candidato avversario, poi divenuto presidente.

Trump, il Russiagate e il boomerang democratico

I supposti legami di Trump con Putin, alla base del Russiagate, infatti, non hanno mai avuto prove concrete a supporto. Le carte desecretate invece potrebbero rappresentare – se non una prova – almeno un solido indizio della congiura democratica contro Trump. Una “congiura” nella quale, per via del caso Mifsud e del link con la Campus University di Roma, è entrato anche il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte.

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Le carte desecretate e i vertici di intelligence e Fbi

La scorsa settimana, durante un’audizione davanti alla commissione Giustizia del Senato, Comey affermò di non ricordare di aver ricevuto il documento. Insieme a lui, destinatario del memo era anche il capo della sezione controspionaggio dell’Fbi Peter Strzok. Proprio Strzok guidò le indagini sull’uso di un server di posta elettronica personale da parte di Hillary Clinton, all’epoca in cui era segretario di Stato. Una pratica vietata. Ratckiff ha inviato le tre pagine del documento, in parte coperte da omissis, alle commissioni Intelligence di Senato e Camera dei Rappresentanti. Insieme al memo, sono state desecretate anche alcune note scritte dall’allora direttore della Cia, John Brennan.

Il ruolo di Barack Obama

La scorsa settimana, Ratcliffe aveva già reso noto un sommario relativo al contenuto del documento ora declassificato, nel quale sosteneva che la Clinton avrebbe approvato il piano per prendere di mira Trump il 26 luglio del 2016. Le note scritte a mano da Brennan, poi, riguardavano un briefing con il presidente Barack Obama alla fine di luglio. Ratcliffe spiegava che le informazioni relative al presunto piano della Clinton venivano da un’analisi di intelligence russa, ottenute dalle autorità Usa. Ratcliffe suggeriva anche che, poiché le informazioni provenivano dalla Russia, bisognava gestirle con attenzione, perché potevano essere manipolate.

Hillary ordinò: “Diffamate Donald Trump”

Nel memo della Cia a Comey e Strzok si afferma che il “piano” della Clinton serviva a distrarre l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica dalla vicenda che la riguardava direttamente. Ovvero lo scandalo per l’uso di un server privato di posta elettronica durante il suo incarico da segretario di Stato. Le note dell’ex direttore della Cia Brennan, inoltre, descrivono la “presunta approvazione da parte di Hillary Clinton il 26 luglio (2016, ndr) di una proposta avanzata da un suo consigliere di politica estera per diffamare Donald Trump. Alimentando uno scandalo riguardo alle interferenze dei servizi di sicurezza russi”.

Un complicato intreccio

Le note di Brennan presentano anche tre “punti” provenienti da “Potus”, l’acronimo che indica il presidente degli Stati Uniti, vale a dire Barack Obama. Nell’unico punto non coperto da omissis si legge, “qualsiasi prova di collaborazione tra la campagna di Trump e i russi”. Infine, le note di Brennan comprendono un altro elenco di “punti” sotto l’intestazione “JC”, che potrebbe fare riferimento al direttore dell’Fbi James Comey. Questo starebbe a significare che Brennan fornì un briefing anche a Comey o ricevette l’ordine di farlo.

I veleni e l’ora del riscatto

Ce n’è abbastanza, dunque, secondo gli ambienti repubblicani e non solo, per rendere ancora più concreta l’ipotesi del complotto anti-Trump, legando artificiosamente il suo nome alla Russia, prima con l’indagine condotta dall’Fbi e poi con quella affidata al procuratore speciale Robert Mueller. E tuttavia, al di là delle esasperazioni legate alla attuale campagna presidenziale, una lettura attenta dei documenti e della tempistica degli eventi dell’epoca, prima e dopo il 26 luglio 2016, data del presunto via libera della Clinton al piano anti-Trump, offre diversi spunti di riflessione.

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