Emilia, caos mascherine nelle rsa: “Dicevano di non indossarle”

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È stato come uno tsunami, che con la sua potenza porta tutto a galla. Negligenze, errori di valutazione, situazioni a rischio e responsabilità. Oltre alle vittime, si sa, nelle rsa i più esposti al coronavirus sono stati soprattutto gli operatori sanitari. Almeno alla prima ondata. Perché il Covid-19 è stato anche questo: mascherine consegnate in ritardo e in quantità ridotte, dispositivi inadeguati, zero tamponi preventivi, personale finito in malattia per tanti giorni e linee guida mai del tutto chiare.

È andata così in diverse parti del Paese e lo è stato anche in Emilia-Romagna.

A Borgonovo Val Tidone, un paese di 8mila abitanti sulle colline di Piacenza, nella casa residenza per anziani “Il Melograno” se l’epidemia non si è trasformata in una strage lo si deve alla lungimiranza di chi gestisce la struttura. Su 100 ospiti, i positivi al Covid-19 (conclamati) sono stati “soltanto” due. Una sorta di miracolo, vista la situazione nel resto del Paese.“Per loro era solo un’influenza”. L’ecatombe di anziani in EmiliaMa osservare questo istituto può essere utile per capire perché in altre rsa emiliane qualcosa invece è andato storto. “Le prime indicazioni ci dicevano che la mascherina non andava messa, se non in caso di contatto ravvicinato con una persona positiva al coronavirus”, racconta Silvia, nome di fantasia di un operatore sanitario che che chiede l’anonimato. Questo vuol dire che senza un caso conclamato, nessuno era obbligato a coprirsi naso e bocca. Peccato che “senza tampone è un po’ difficile da stabilire” chi è positivo e chi no. E soprattutto c’è sempre il rischio che un operatore porti da fuori l’infezione all’interno e la diffonda tra gli anziani. Perché non suggerire l’uso delle protezioni a prescindere?

Senza contare che i Dpi inviati dall’Asl emiliana erano insufficienti per far fronte all’emergenza. Silvia la prende con ironia: “Qui siamo circa 75 operatori socio-sanitari e 20 persone tra infermieri e fisioterapisti. Per fortuna noi non siamo in sofferenza, ma se ci affidassimo alle 50 mascherine che ci vengono inviate di volta in volta…. Una cuffia monouso, il gel e tre flaconcini ci devono bastare per due o tre giorni”. Molti dipendenti, lei compresa, una volta a casa igienizzano le protezioni per poterle riutilizzare. Una necessità che fa a pugni con le indicazioni del ministero della Sanità, che su questo punto è categorico: “Le maschere facciali chirurgiche monouso sono esclusivamente monouso” e quindi non possono essere sterilizzate e riutilizzate. Ma durante le crisi anche le regole saltano.Una scorta di mascherine chirurgiche (LaPress)

La musica è la stessa in diversi istituti assistenziali piacentini. “Da tre settimane a questa parte tutte le strutture, pubbliche, private e accreditate, vengono coinvolte in videoconferenza da alcuni funzionari delle Asl – rivela Silvia – E lì si sentono delle cose assurde: tutte le strutture, indistintamente, raccontano le stesse storie di carenze, mentre le Asl cercano giustificazioni”. Il problema è che manca anche pure il coordinamento regionale. “Noi, fortunatamente avevamo una certa scorta di dispositivi di protezione, dal gel disinfettante alle mascherine chirurgiche, che usiamo nei casi di infezione da ‘clostridium difficile’. Ma nessuno, inizialmente, ci ha guidato in questa cosa: le scelte sono state nostre, sulla base delle nostre conoscenze e delle nostre competenze in una situazione assolutamente nuova. Le prime linee guida, in realtà, ci consigliavano semplicemente di lavare spesso le mani e di mantenere un po’ la distanza, ma niente di che”. A confermare l’assenza di strategia regionale è anche Gianluigi Pirazzoli, responsabile dell’Istituto Sant’Anna e Santa Caterina di Bologna: “Noi, per definizione, essendo una struttura socio-assistenziale avevamo sia guanti che mascherine che gel, chiaramente non in quantità tale da affrontare un’epidemia del genere – racconta – Ma mentre Comune e Asl sono stati per noi di grande supporto, seppure al limite delle loro possibilità, la Regione è stata un po’ latitante, nel senso che abbiamo sentito tanti proclami ma di mascherine cominciamo a vederne solo ora”.Due operatrici sanitarie lavorano con le mascherine (Fotogramma)

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Il risultato è che l’Emilia si ritrova ad essere la terza regione in Italia per numero di contagi e decessi nelle residenze per anziani in tutta Italia, con almeno 352 morti di cui 176 tra certificati Covid o con sintomi simil-influenzali. I numeri sono in linea con quelli generali dell’epidemia, visto che la Regione è seconda per numero di decessi totali (2.903), per quantità di contagiati (21.834) e per numero di ricoverati in ospedale (3.639). E questo nonostante abbia realizzato molti meno tamponi (116.826) rispetto alla Lombardia (243.513) e al Veneto (236.722). “In alcune strutture dell’Emilia Romagna (…) – ha scritto in una nota Tullia Bevilacqua, segretario regionale dell’Ugl Emilia Romagna – si registra fra il 40% e il 50% del personale, dei dipendenti, colpito e contagiato dal Coronavirus, soprattutto nel bolognese. Le statistiche ci dicono che a oggi qualcosa non ha funzionato”. Non è un caso se lungo tutta la Regione iniziano a fioccare denunce dei familiari e ispezioni dei Nas. A Reggio Emilia una nipote ha presentato un esposto perché vuole “sapere la verità” su quanto successo. A Parma lo stesso: “Un esposto riguarda una residenza per anziani in provincia – ha rivelato il procuratore Alfonso D’Avino -. È stato firmato da un medico, che sostanzialmente mette in evidenza il rischio contagio nella struttura. L’esposto è già stato affidato al gruppo dei pm per i reati di competenza”.Una fabbrica di mascherine (La Presse)

Intanto la partita si fa anche politica. Fratelli d’Italia nei giorni scorsi ha chiesto ufficialmente l’avvio di una commissione d’inchiesta per “chiarire” quanto successo. “I drammatici dati pubblicati dall’Istituto superiore di sanità che riguardano le residenze per anziani in Italia hanno mostrato come la nostra Regione sia una delle più colpite”, attacca il deputato Galeazzo Bignami secondo cui “sono molti gli aspetti che non quadrano”. Particolare curioso: “La giunta ha sempre assicurato di essere in grado di coprire il fabbisogno giornaliero – afferma Marco Lisei, capogruppo Fdi in Consiglio regionale – All’inizio però diceva che ne servivano 150mila, poi sono passati a 350mila. Alla fine, su mia richiesta, hanno corretto il tiro e ora ne occorrono 500mila al giorno. Non è che hanno calcolato il fabbisogno su ciò che avevano disponibile?”. Il dubbio è venuto anche a un operatore piacentino, che chiede l’anonimato: “Le linee guida, ovviamente, non sono mai chiare, ma il dubbio che abbiamo avuto è che le istruzioni non siano state realizzate su dati scientifici oggettivi, quanto sulla base delle risorse e delle disponibilità al momento in cui è successo tutto. Se io Regione non mi sono dotato di risorse per le mascherine FFP2 e FFP3, giurerò fino alla morte che quelle non servono e che se proprio le vuoi usare te le compri, perché io metto a disposizione solo quelle chirurgiche”.Un operatore indossa cuffia e mascherina protettiva (LaPresse)

Il caos Dpi ha investito anche la provincia modenese. “Nelle residenze tuttora persiste il problema della distribuzione di mascherine, camici monouso e occhiali protettivi”, racconta Fabio De Santis, della Fp Cgil di Modena. “Le cose non vanno ancora benissimo perché gli operatori sono particolarmente esposti al rischio di contagio”. Il sindacato ha inviato diverse lettere a gestori, Comuni e azienda sanitaria per denunciare le mancanze segnalate dai dipendenti. Un mese fa a finire nel mirino è Villa Margherita, una delle strutture modenesi più colpite dal coronavirus. Lì lavorava Anna Caracciolo, operatore sanitario di appena 36 anni morta lo scorso 10 aprile dopo tre settimane di ricovero per Covid-19. Il 16 marzo scorso il sindacato chiede alla direzione un riscontro sulle misure adottate per “garantire la massima sicurezza possibile” ai lavoratori, sottolineando che con il contagio così diffuso non si può “escludere che anche altri utenti o gli operatori non ancora ufficialmente infetti” non siano “in una fase di incubazione” e quindi possibile fonte di trasmissione.In Emilia i malati di Covid-19 inviati nelle case degli anzianiLa missiva seguiva quella dell’11 marzo, in cui si chiedevano lumi sulle misure per contenere il rischio di diffusione epidemiologica” visto che i dire continuavano “a segnalarci che l’azienda non ha ancora provveduto a dotare tutto il personale” di “dpi adeguati e in numero sufficiente”. Quindici giorni dopo, il 30 marzo, quando ormai in struttura si contano già 23 positivi, il sindacato decide allora di inviare un esposto al prefetto e al sindaco di Modena per denunciare “l’assenza e assoluta insufficienza di Dpi a tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori”.

Piccolo aneddoto, su cui in Lombardia s’è costruita un’intera polemica politica: “In alcuni casi – rivela il sindacalista – gli operatori ci dicevano che, all’inizio, veniva persino consigliato di non indossare le mascherine per non allarmare i familiari”. Tutto il mondo è paese.

il giornale.it

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