“Il coronavirus? Non è banale influenza, la cura è devastante”. Parla una donna in terapia intensiva

Codogno, 5 mar – “Questa non è una banale influenza”. Parola di Alessandra, 56enne di Codogno, da 10 giorni in terapia intensiva per coronavirus, che ha raccontato l’evolversi della malattia al Corriere con il quale è in contatto tramite cellulare: “L’unico collegamento che mi è rimasto col mondo”, dal momento che è intubata.  Alessandra, operatrice socio sanitaria, fa parte di quel 10% di contagiati dal virus i cui sintomi si sono talmente aggravati da richiedere una degenza in terapia intensiva: “Le mie condizioni sono peggiorate sono svenuta in due occasioni, sono a letto sotto ossigeno e assumo la terapia mattina e sera, oltre a quella endovenosa fissa”, racconta. La febbre da due giorni le dà tregua, “ma i polmoni hanno bisogno di aiuto”.

La donna rivela di aver scoperto di essere malata una notte, smontando dal turno lavorativo. I sintomi erano quelli classici: febbre, mal di ossa, tosse. Aveva tentato di curarsi come se fosse la classica “banale influenza”, ma nulla. “Non è guarita”. Da qui la telefonata al 112, ma gli operatori avevano deciso di non iniziare le procedure perché la donna sembrava non avere avuto contatti con infetti. Poi, “dopo 9 giorni di febbre alta i miei figli hanno richiamato un po’ arrabbiati. È arrivata l’ ambulanza, erano tutti con la tuta…“. Il calvario di Alessandra è iniziato in un poliambulatorio di Cremona, “adibito a ospedale da campo con brandine della Protezione civile. Ho fatto lì i primi esami. Quando ho avuto il risultato mi hanno spedita negli infettivi“. Ora è ricoverata nel reparto Malattie infettive dell’ospedale di Cremona,

Quale è stata la reazione all’atto di ricevere la diagosi? “Sembrava di stare in un girone dell’inferno. Te lo dicono ma non capisci cosa ti aspetta ed è meglio così. La cura ti ammazza. Piega il tuo corpo, il mal di stomaco con nausea e vomito è lancinante, la febbre ti fa bruciare”.  Durante la degenza vige il più totale isolamento: “Non è ammessa alcuna visita”. Il personale medico sanitario accede alle stanze “il meno possibile”: “Entrano al mattino per la visita e sono gentili e disponibili”. Inutile dire che lì, il tempo pare non passare mai. Alessandra cerca di farsi coraggio, il suo pensiero va “ai miei due figli, a mio marito. Ha 58 anni, con i suoi splendidi occhi azzurri ha rallegrato le nostre vite da quando ci siamo sposati. A maggio saranno 33 anni… Alla mia nipotina di 8 anni che mi ha mandato via telefono un disegno. Ha riprodotto la stanza e le terapie, tutto con l’ immaginazione”. E poi ripete: “Spero di essere stata chiara: questa non è una banale influenza”.

Cristina Gauri

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