Migranti, Grecia in ginocchio: così Erdogan ricatta la Ue

In Grecia la situazione non ha tardato a diventare subito molto delicata dopo l’annuncio, arrivato venerdì, da parte della Turchia di consentire il passaggio di migliaia di migranti verso l’Europa e dunque verso il paese ellenico.

Sono due i fronti principali da cui Atene deve guardarsi: da un lato, quello riguardante le frontiere terrestri, lì dove soprattutto nella zona di Evros la Polizia e l’esercito a fatica riescono a controllare la pressione di decine di gruppi che hanno lasciato i campi profughi in Turchia ed hanno fatto rotta verso il primo lembo di territorio dell’Unione Europea. Dall’altro lato, c’è l’annosa questione riguardante invece le frontiere marittime della Grecia.

Le isole dell’Egeo da sempre hanno patito le più gravi ripercussioni relative alle rotte migratorie del Mediterraneo orientale. Lesbo, in particolar modo, è stata soprannominata negli anni la “Lampedusa greca”. E proprio qui, come riferito da un reportage di Repubblica, soltanto nella giornata di domenica sono arrivati qualcosa come 7 barchini.

Per la verità gli sbarchi a Lesbo non si sono mai fermati, anche nei periodi in cui l’immigrazione dalla Turchia non ha rappresentato un’emergenza. Da luglio del 2019 in poi, il nuovo governo greco guidato da Kyriakos Mitsotakis ha contato una media di un approdo di migranti al giorno, soprattutto nei periodi dove le condizioni del mare hanno permesso la partenza dalle dirimpettaie coste turche.

Ma adesso la situazione appare drammatica, soprattutto perché a Moria, località dove sorge il locale campo profughi, in una struttura che potrebbe ospitare un massimo di tremila persone ci sono adesso quasi diciottomila profughi. E le condizioni sono ben lontane da ogni minimo standard di decenza. Questo ha messo in allarme la popolazione locale: già qualche settimana fa, prima dunque dei proclami di Erdogan sulla fuga resa possibile dei migranti verso la Grecia, un gruppo di profughi ha protestato bloccando anche le strade per spingere il governo di Atene ad attuare i trasferimenti verso il continente.

Adesso, con continui arrivi e con un numero di sbarchi sempre più elevato, sono stati i cittadini di Lesbo ad intentare le prime dimostrazioni volte ad evitare fisicamente l’approdo dei barchini. In particolare, sono stati segnalati blocchi all’interno del porticciolo principale di Lesbo, con i manifestanti che hanno occupato il molo impedendo l’attracco di alcuni mezzi. Un altro gruppo di cittadini, ha invece attuato un blocco stradale per isolare fisicamente il campo di Moria, il quale per diverse ore è risultato irraggiungibile sia per gli uomini della Polizia che per i membri delle organizzazioni umanitarie.

La rabbia ed i timori della popolazione si sono riversati anche contro alcuni rappresentanti delle Ong: secondo testimonianze rese ad alcuni quotidiani locali, sei membri delle organizzazioni a fine giornata sono dovuti andare in ospedale dopo aver subito aggressioni. A fomentare le proteste ci sarebbero anche gruppi di estrema destra, ma le preoccupazioni alla base delle ultime manifestazioni sembrerebbero comunque condivise in generale da buona parte della popolazione.

Giovedì, dunque prima dello scoppio delle nuove emergenze, alcuni cittadini hanno lanciato pietre contro i poliziotti che difendevano i cantieri per la costruzione di nuovi centri d’accoglienza, i quali nelle intenzioni del governo di Atene dovrebbero sostituire campi profughi ingestibili quale quello di Moria. La tensione è dunque ben palpabile già da settimane e questo non lascia presagire nulla di buono per le prossime ore. Anche perché, al netto dei nuovi arrivi, sulle isole greche sono ospitati 42mila migranti, un’enormità per questi territori. L’obiettivo è mandarne almeno 20mila sulla terraferma, ma con la nuova ondata di sbarchi tutto è più complicato.

Come detto ad inizio articolo, se sulle isole la situazione è difficile non sta però andando meglio lungo i confini terrestri. Il governo greco ha accusato la polizia turca di sparare lacrimogeni contro i migranti per fare in modo che questi ultimi corrano verso il confine ellenico, ritrovato tranciato in più punti. E dunque il governo greco non può far altro che provare ad arginare la situazione con il blocco operato non senza difficoltà da poliziotti e soldati.

Difficile dire quanti profughi siano entrati in questi ultimi giorni: da Ankara si parla di 80mila persone, ma il dato sarebbe gonfiato dalla propaganda di Erdogan il cui obiettivo è contrattare il più possibile e costringere l’Europa ad aprire i cordoni della borsa. Ed infatti, secondo alcune indiscrezioni trapelate da Bruxelles, l’Ue dovrebbe alla fine cedere: altri tre miliardi sarebbero pronti a prendere la via di Ankara, così come accaduto dal 2016 in poi per permettere alla Turchia di tenere dentro i propri confini i profughi ospitati. Il ricatto di Erdogan dunque è pronto per essere ben servito.

il giornale.it

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