L’ultimo regalo di Gigino. Nazionalizzare l’Ilva ci costerà 10 miliardi

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Il governo Conte sta per recapitare un conto salatissimo agli italiani. Nazionalizzare l’Ilva di Taranto, a causa dei ripetuti scivoloni nella gestione del dossier da parte di Luigi Di Maio prima, e dell’esecutivo giallorosso poi, costerebbe fino a 10 miliardi di euro, un terzo della legge di bilancio.

E sarebbe per Carlo Messina, ad di Intesa Sanpaolo, «il piano b» probabilmente allo studio del governo.

«Una cifra monstre che comprende il sostegno a tutti i dipendenti, le opere ambientali e un minimo di sviluppo industriale, nonché il potenziale rischio di una penale da pagare ad Arcelor Mittal», spiega al Giornale Giuseppe Sabella, direttore di Think-industry 4.0. A tanto ammonterebbe, dunque, assumersi il pieno controllo della più grande acciaieria d’Italia e statalizzarla per «rimediare» al disastro economico e industriale disegnato dall’ex ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che un anno fa chiuse l’accordo tra i trionfalismi. Il casus belli – pretesto o meno che sia – che ha scatenato poi la ritirata di Arcelor Mittal è nato dalla scelta di 5Stelle e Pd di cambiare le carte in tavola e togliere lo scudo penale alla multinazionale per gli interventi di bonifica ambientale. «Guardando nel dettaglio ai numeri spiega Sabella se l’Ilva dovesse essere nazionalizzata lo Stato dovrà accollarsi gli interventi ambientali e un piano minimo di sviluppo che, pur rivisto al ribasso, non potrà che portare il conto a circa 3 miliardi». Nel suo accordo Arcelor Mittal aveva messo sul piatto circa 4,2 miliardi di euro. «A questi spiega Sabella va aggiunto il costo del lavoro». A bocce ferme, infatti, il governo non vuole toccare i livelli occupazionali e quindi dovrebbe farsi carico di circa 10.700 dipendenti e circa 3.100 addetti attualmente in cassa integrazione. «Considerando un costo lordo del lavoro di circa 36mila euro a dipendente all’anno, e quanto percepito da dirigenti e figure apicali (tra i 150mila e i 200mila euro lordi l’anno) si arriva a 1 miliardo l’anno solo per il personale». Un onere che spalmato sui 5 anni in cui si era impegnata la multinazionale, porta il sostegno a 5 miliardi. Personale e investimenti fanno salire i miliardi a quota 8 miliardi. Ma a questi vanno aggiunte «le possibili penali che Arcelor potrebbe ottenere dallo Stato per giusta causa». E calcolabili in circa 2 miliardi, cifra che si avvicina ai debiti Ilva che Arcelor avrebbe sanato a Taranto. «Un’operazione sbagliata e poco conveniente spiega l’esperto alla luce anche del fatto che a livello statale mancherebbero le competenze per la gestione di un settore così delicato» che sta vivendo un momento di grande difficoltà a causa della sovracapacità produttiva, e della concorrenza asiatica. Non per altro Ilva perde 2 milioni al giorno e ha causato l’uscita dell’Italia dalla top ten dei produttori mondiali di acciaio.

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Ma la strada della nazionalizzazione sembra prendere sempre più corpo. Visto anche il peso che l’Ilva riveste non solamente per l’economia della Puglia governata da Michele Emiliano ma per l’intero Paese, essendo l’acciaio una industria strategica. Sull’ex Ilva è «fondamentale arrivare a un accordo con Mittal» o in alternativa «il governo dovrebbe valutare la possibilità di nazionalizzare anche se potenzialmente in contrasto con le norme comunitarie», ha detto ieri l’amministratore delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina. «Sicuramente il settore siderurgico sta vivendo un momento difficile e qualcosa è cambiato rispetto all’inizio della trattativa ma se oggi non siamo in grado di raggiungere il piano A, allora bisogna passare al piano B, valutando anche una nazionalizzazione altrimenti si perde un asset strategico» per l’intero Paese.

il giornale.it

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