Così nazismo e comunismo stuprarono valori antichi

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L a risoluzione approvata lo scorso 19 settembre ad ampia maggioranza dal Parlamento europeo di Strasburgo, Importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa, ha scatenato un po’ dovunque, ma soprattutto in Italia, la reazione indignata della cultura politica che vede nella Rivoluzione d’ottobre la continuazione e il compimento del 1789.

Quest’ultimo ha proclamato i diritti dell’uomo e del cittadino «astrattamente», elargendo a tutti i Figli della Terra la «libertà negativa», ovvero la facoltà per ciascun essere umano di vivere la sua vita e di fare le sue scelte senza esserne impedito da nessuno; la rivoluzione sovietica, inaugura l’era della «libertà positiva» ovvero del diritto alle risorse concrete che consentono ai cittadini – non più sudditi – di perseguire i loro fini. La libertà positiva rinvia alla «uguaglianza tra tutti gli uomini» che, nell’immaginario collettivo, resta il contrassegno dell’ottobre rosso. Già all’indomani del 1917, all’interno della sinistra, anarchica e marxista (ma anche «liberale»), ci furono, però, correnti (minoritarie, s’intende) che resero omaggio agli impulsi generosi e agli alti ideali che animarono i nemici giurati non dello zar ma del narodnik Alexander Fedorov Kerenskij – che avrebbe voluto trasformare la Russia in una democrazia liberale – ma, nel contempo, criticarono i mezzi impiegati, che sopprimevano la libertà dei dissidenti e degli oppositori. «Il fine è buono» si diceva già un secolo fa «ma i mezzi scelti per realizzarli – il centralismo democratico del partito unico, la dittatura sul proletariato, la polizia segreta, i campi di concentramento per i nemici del popolo – non potevano essere peggiori». Rosa Luxemburg e il «rinnegato» Karl Kautsky, sono tra i critici più noti del leninismo e della sua machiavellica arte di governo.

Nei confronti del bolscevismo, continua ancora ai nostri giorni ad adottarsi lo stile di pensiero che aveva già ispirato la condanna dei roghi dell’Inquisizione, delle crociate contro gli Albigesi (si ricordi l’elogio che fa Dante di Domenico di Guzman che «negli sterpi eretici percosse»), dello sterminio di ogni tipo di eterodossia: il tradimento dello spirito evangelico non ne infirma la perenne validità del messaggio.

La risoluzione di Strasburgo, per i suoi critici, non solo non distingue il «messaggio» (l’internazionalismo) dai suoi indegni portatori ma fa di peggio: assimila un vino di qualità, il comunismo, degenerato in aceto – per colpa della nomenklatura leninista e stalinista – a un liquido letale – il nazismo – che all’internazionalismo proletario sostituiva l’unificazione del pianeta sotto il dominio della razza eletta imposto col genocidio di tutte le etnie inferiori. Messo in questi termini, considerare comunismo e nazismo come due species distinte di uno stesso genus, il totalitarismo, diviene semplicemente una bestemmia. Ma dobbiamo proprio rassegnarci al politicamente corretto e alla retorica dell’ANPI e compagni?

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La mia tesi è che il dogmatismo ideologico renderà difficile ricacciare nell’Erebo le ombre dei due fantasmi totalitari. Non riposeranno in pace finché non si riconoscerà che entrambi si rifacevano a idealità iscritte nell’animo umano e, pertanto, inestirpabili, e che a provocarne l’imbarbarimento, fu l’assolutizzazione dei rispettivi valori, tradotta in un fanatismo violento e spietato, incapace di riconoscerne altri. Le cause storiche e politiche – le crisi istituzionali del primo dopoguerra, le sfide dell’economia, l’inadeguatezza dei partiti e delle classi dirigenti a farvi fronte – che hanno favorito l’ascesa dei due totalitarismi non si possono neppure accennare in questa sede. Ciò che si può dire con sicurezza, invece, è che anche il totalitarismo «nero» aveva un’etica: la difesa della «comunità politica» e delle sue tradizioni dalla disgregazione, la volontà di porre argini alla «perdita di identità» etico-sociale che incombeva sulla Germania sconfitta e sull’Italia solo a metà vincitrice. L’amore della propria terra che si converte in patriottismo crudele e sanguinario, in sterminio degli stranieri interni ed esterni, in dottrina della razza, equivale, per chi non abbia i paraocchi ideologici, alla passione egualitaria che si converte in eliminazione fisica dei borghesi, dei kulaki, dei bianchi. Cosa ci autorizza a pensare che, in un caso, abbiamo a che fare con il boia di Londra, nato tarato, e, nell’altro, col Dottor Jekyll orribilmente sfigurato in Mister Hyde?

In realtà, una ragione poi c’è e sta nel fatto che viviamo in un’epoca in cui l’altruismo è un valore sacro e intoccabile mentre la difesa di ciò che siamo, di ciò che è nostro, del nostro habitat materiale e spirituale, diventa non sacro ma profano egoismo, prova di chiusura all’altro e di ottusità etica. In un mondo globalizzato e in un’Italia, che l’8 settembre 1943 ha assistito, alla «morte della patria», si può ben capire come l’universalismo cristiano e quello illuministico, che ne è una versione secolarizzata, abbiano ingenerato «costumi della mente e abiti del cuore» che portano a vedere come immorali quanti ieri si sono battuti pro aris et focis e suscitano oggi l’interesse, se non l’ammirazione, di figli e nipoti. È triste, tuttavia, dover salutare come un progresso morale la perdita della consapevolezza che quelli che non sono più valori per noi, un tempo lo sono stati per molti. Mettere tutti i perdenti nello stesso girone infernale, ignorando che non pochi non esitarono a dare la vita per progetti che, fortunatamente per noi, erano destinati alla sconfitta, significa smarrire il senso della storia e la pietas che ne deriva. Ai tanti fascisti e comunisti, uti singuli, che non si macchiarono di alcun crimine, si deve un profondo rispetto: sacrificarono la loro vita e la loro gioventù come ben pochi di noi sarebbero disposti oggi a fare anche per cause ben più nobili delle loro. Al contrario, il fascismo e il comunismo, in quanto perversioni totalitarie di virtù antiche vanno riguardati, assieme ai fondamentalismi religiosi che insanguinano i cinque continenti, come nemici mortali delle democrazie liberali e il fatto che lo si ricordi a Strasburgo è un raggio di sole negli anni incerti e bui che stiamo vivendo.

il giornale.it

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