“Matteo innamorato di Di Maio”. Parola del “suocero” Verdini

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L’altro giorno mentre andava in scena l’ennesima giravolta della politica italiana, con i giornali che al mattino davano per certa la crisi di governo proprio mentre al telefono Matteo Salvini e Giggino Di Maio siglavano la pace, i poveretti che chiedevano lumi a Denis Verdini, già consigliere politico del Cav e sulla carta attuale suocero di Salvini, si sono sentiti dare una risposta a prima vista poco politica, ma molto antropologica, visto che per spiegare certe scelte ricorre alla sfera politico-sentimentale: «Che volete che vi dica? Matteo è innamorato di Di Maio».

Eh già. A volte, per spiegare decisioni che per alcuni rasentano l’inspiegabile, alle categorie della politica bisogna affiancare la psicologia. Verdini non è il solo. La vulgata del Palazzo vuole che pure il sottosegretario Giancarlo Giorgetti ricorra in questi giorni con i suoi interlocutori a questa particolare analisi per dare un senso al Salvini pensiero: «Dopo l’esperienza terribile di questi mesi con i grillini – sono le osservazioni che dispensa il plenipotenziario del Carroccio – non ci sarebbe neppure da discutere: bisognerebbe andare alle elezioni senza pensarci due volte. Ma Matteo è innamorato di Di Maio».

E sono due. In fondo è storia vecchia, dato che tutti rammentano il murale del bacio tra Matteo e Giggino nel centro di Roma dell’artista di strada Tvboy, ma rimettere in piedi un rapporto politico dopo tutto quello che i due si sono detti in due mesi di campagna elettorale, non è cosa di poco conto. Siamo davvero all’attrazione fatale, ovviamente – è pleonastico precisarlo – squisitamente politica. Pure nel Palazzo contano i rapporti privilegiati, la fiducia personale, il feeling. Anzi, sono elementi che a volte pesano più delle congetture più acute e della ratio, specie per i politici dell’ultima generazione che si affidano spesso all’intuizione e che danno una particolare importanza – è un leit motiv sulla bocca di Salvini – alle strette di mano, alla parola data, alle relazioni personali: ecco perché per il leader leghista l’attacco di Di Maio su Siri è stata una vera pugnalata. Ma l’attrazione fatale, si sa, fa dimenticare anche le ferite più profonde. Tant’è che Di Maio ha detto al suo staff che l’alleato esaudirà un suo desiderio: il rimpasto di governo, un ricambio in qualche ministero, pure grillino, che non va. «È sicuro», ha confidato ai suoi il vicepremier pentastellato. Eh sì, perché questo particolare approccio alla politica segue i sentieri di ragionamenti che non si affidano solo ai rapporti di forza ma che spesso sono condizionati dal dato generazionale. «Quando mi vedo nelle foto – è la sintesi brutale che spesso ha fatto ai suoi il leader leghista – con gli altri leader del centrodestra, con la Meloni e Berlusconi, mi sembro vecchio. Quando sono ritratto con Di Maio, mi vedo più giovane».

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È un’affermazione importante, per chi per imporsi punta molto sulla comunicazione. Ed è uno stato d’animo che avvertono molto spesso anche gli interlocutori del vicepremier leghista. «Il problema con Salvini – ha confidato giorni fa il Cav – è che lui mi soffre. Io lo vedo quando parlo con lui, mi soffre fisicamente. Il motivo? Lui è abituato a parlare con i suoi che non lo contraddicono. Invece, con me sono io a dettar la linea. O, comunque, deve interloquire. E questo non lo sopporta». In fondo è una reazione naturale per chi si sente un «capitano»: meglio fare il professore con Di Maio, che non l’allievo con Berlusconi. È una questione di caratteri, di stati d’animo, che poi inevitabilmente determina dei corollari anche nell’azione politica. Per fare un esempio: è più facile convincere Di Maio a fare la voce grossa con Bruxelles, portarselo dietro in qualche sparata contro la Ue, che non tentare di convincere il professor Brunetta.

In più, nella propensione di Salvini verso l’alleanza con Di Maio pesa anche l’attrazione verso il nuovo e la curiosità verso chi ti appare diverso sul piano culturale, o, chessò, su quello dei valori. Per azzardare un paragone: sei più preso dall’amante, che non dal rapporto con la moglie, che dai per scontato. In questo caso Di Maio è l’amante, con cui litighi spesso ma che hai la soddisfazione di poter riconquistare ogni giorno; il centrodestra, invece, è la moglie che ogni santo dì ti aspetta a casa. È evidente che, fino a quando gli sarà consentito, Salvini terrà in tutte e due le staffe. Per lui è la condizione ottimale governare a livello nazionale con i 5stelle e a livello locale con il centrodestra. «Anche perché – osserva Federico Fornaro, capogruppo di Liberi e uguali alla Camera – il centrodestra è un alleato naturale, mentre se rompe con i grillini quelli potrebbero entrare nell’orbita della sinistra, partecipare ad un’altra maggioranza. Per Salvini, nei fatti, un voto grillino ne vale due: perché uno lo aggiunge alla sua alleanza e uno lo toglie ad una possibile alternativa». Di Maio è la chiave di questa operazione. «È quello che per Renzi – sostiene il coordinatore di Forza Italia in Toscana, Stefano Mugnai – era Alfano». Ecco perché Salvini ha tutto l’interesse a sostenerlo, ad imporlo anche ai grillini: «Se al posto di Di Maio – ha detto ai suoi parlamentari – arrivassero Di Battista o Fico, un attimo dopo romperemmo».

Ecco perché, finché potrà, Salvini terrà in piedi l’alleanza con Giggino. Un’alleanza che se la permanenza nella stanza dei bottoni porterà a compimento il processo di «mutazione genetica» dell’ala «governista» dei 5stelle, potrebbe anche diventare strutturale. Specie ora che, dopo la sconfitta alle europee, per evitare le elezioni anticipate i grillini sono pronti ad accettare l’egemonia leghista. E al vicepremier leghista sta bene avere, magari scontando qualche compromesso, il decreto Sblocca cantieri, l’autonomia, la Tav, e dare la responsabilità a Conte e a Tria della trattativa, estremamente proibitiva, con Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione: se si spunta qualcosa sarà merito della sua linea dura; se bisognerà subire molto sarà di nuovo colpa dei mediatori.

Poi certo, i guai possono moltiplicarsi e diventare talmente tanti che, per affrontarli, Salvini dovrà ricorrere alla vecchia alleanza di centrodestra. È quello che sperano il Cav e la Meloni. Oppure dalle parti di Zingaretti: «Per me si va al voto – scommette Graziano Delrio – come fanno ad andare avanti? Io sono tra quelli che sconsigliò Renzi di andare al voto dopo il 40% preso dal Pd alle Europee, ma noi eravamo una maggioranza coesa. Ora se fossi in Salvini non ci penserei un attimo a puntare alle elezioni».

Tesi che non convince il consigliere della Meloni, Guido Crosetto, nel ruolo di osservatore: «Questo governo è come il calabrone: dovrebbe cadere e, invece, vola». Già, un calabrone «amoroso».

il giornale.it

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