Se Palamara fosse un politico sarebbe in galera

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Non ci sono i pizzini, come nelle tangenti lombarde appena scoperchiate, ma brilla un anello da 2mila euro.

Ancora, ecco gli alberghi e i viaggi gentilmente offerti, come in tanti scandali e scandaletti macinati dalle cronache di questi mesi. E poi le soffiate, gli incontri segreti in piena notte come congiurati, gli esposti tossici costruiti come subdoli ordigni per mettere sabbia negli ingranaggi della giustizia, le toghe pronte a brigare dietro le quinte per mettere le mani su questa o quella poltrona più o meno strategica del nostro sistema giudiziario e, in qualche caso, rapide ad aprire le mani per riempirle di cadeaux e benefit.

Sappiamo ancora poco dell’inchiesta di Perugia che lambisce l’ex presidente dell’Associazione nazionale magistrati Luca Palamara, ma le schegge fin qui emerse non rassicurano, anzi, lo scenario è molto più cupo di quello tratteggiato dalle indagini lombarde che nelle scorse settimane hanno colpito Forza Italia e la Lega. I politici, sempre a caccia di finanziamenti, si sarebbero venduti per qualche appetitoso piatto di lenticchie, magari rinforzato da un robusto contorno. Qua, sullo sfondo, peraltro ancora nebuloso, si intravedono sentenze comprate, traffici poco edificanti con professionisti del diritto, manovre non proprio ortodosse per ridisegnare la geografia del potere.

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A spanne, se invece della toga, Luca Palamara avesse indossato la grisaglia, oggi si troverebbe in cella o ai domiciliari. Per carità, i paragoni sono sempre azzardati e ogni fascicolo ha una sua storia che non può essere generalizzata. Ci vuole misura, non è facile separare le suggestioni, comode ma talvolta velenose, dai fatti. E però qualcosa stride, almeno nel sentire comune.

L’opinione pubblica è disorientata e non capisce. Intendiamoci, non vogliamo che Palamara finisca al gabbio e questo per almeno due ragioni: perché il carcere non si augura a nessuno e perché da sempre siamo garantisti e il garantismo non è il vestito delle feste, ma una divisa che si porta sempre, sette giorni su sette, e che vale per tutti. Destra e sinistra, imprenditori, magistrati, uomini delle istituzioni. Le manette devono essere usate in dosi omeopatiche, quando proprio non se ne può fare a meno. Quel che conta non è mettere uno dietro le sbarre, come fosse una fiera, ma fare giustizia in fretta, condannare se necessario e non lasciare un tappeto scivoloso di pendenze e strascichi.

Ci si chiede se questo sia avvenuto nelle inchieste, o in parte delle indagini, che hanno surriscaldato la campagna elettorale. Erano proprio necessari tutti quegli arresti?

La vicenda Palamara, con le perquisizioni e gli avvisi di garanzia ma senza il passaggio successivo, aiuta a riflettere. Si può scavare, su circostanze che paiono gravissime, senza ricorrere alle misure estreme. Tante volte nel passato è capitato di vedere carcerazioni più o meno lunghe a cui sono seguite assoluzioni e proscioglimenti senza colpo ferire. Oggi per fortuna l’asticella delle garanzie si è alzata e San Vittore non è più il canile descritto da Gabriele Cagliari prima di suicidarsi. Ma si ha sempre l’impressione, come dire di sistema, che il riguardo e la prudenza impiegati quando le toghe inseguono i loro colleghi, lascino il posto ad un atteggiamento più aggressivo quando si procede contro il sindaco di Legnano o il consigliere regionale che sognava la ribalta nazionale.

il giornale.it

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