Ho fatto il bracciante per capire come funziona lo schiavismo 2.0

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Lavorare come bracciante infiltrato tra diverse squadre di braccianti indiani, in particolare sikh, nelle campagne pontine, al seguito di diversi caporali indiani e vari padroni italiani, restituisce la complessità di un fenomeno che ha radici nel Pontino ma anche in Punjab, regione indiana dalla quale proviene gran parte della comunità indiana sikh pontina.

Proprio in quella regione ho seguito un trafficante di esseri umani indiano e ho studiato il complesso sistema di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo che lega, in una stretta mortale, lavoratori indiani con l’Italia e, nello specifico, con la provincia di Latina. (…)

Secondo l’ultimo rapporto Agromafie e Caporalato dell’Osservatorio Placido Rizzotto risulterebbero in Italia circa 450mila lavoratori che vivono condizioni di disagio abitativo e sfruttamento lavorativo, di cui l’80 per cento migranti. Di questi, ben 100mila vivrebbero condizioni di lavoro para-schiavistiche. (…)

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Sono stato bracciante infiltrato tra i braccianti indiani sfruttati come schiavi, scoprendo lavoratori impiegati anche 14 ore al giorno, tutti i giorni del mese, tranne a volte la domenica pomeriggio, per retribuzioni che non arrivavano a 300 euro al mese. (…) In alcuni casi vittime di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, i braccianti sikh sono obbligati a chiamare padrone il loro datore di lavoro e, a volte, a fare tre passi indietro e a chinare la testa quando si rivolgono a lui. Incidenti non denunciati, violenze e ricatti, truffe e l’obbligo di non parlare con giornalisti, sindacalisti e poliziotti. Un sistema fondato sulla violenza e sull’omertà e che conduce a forme nuove di schiavitù. (…)

«Io sono sikh dice Rajinder Singh, bracciante a Sabaudia – ma non porto il turbante perché il padrone non vuole. Il mio padrone mi deve 40mila euro. Il lavoro è troppo duro e i soldi sono pochi. Prendo solo 400 euro al mese e prego perché il caporale mi chiami per il giorno dopo». (…)

Gurpreet Singh, impiegato per anni in un agriturismo di Latina, lavorava 16 ore al giorno, tutti i giorni del mese. Dormiva in una stalla, insieme agli animali. Obbligato anche lui a chiamare padrone il datore di lavoro italiano, è stato più volte intimidito e picchiato. Percepiva 200 euro al mese e i suoi documenti sequestrati. Salvato da un blitz del comando provinciale dei Carabinieri di Latina, ha denunciato il padrone. «Lavoro tutto il giorno dichiara Hardeep Singh, bracciante Sikh di 30 anni – per pochi soldi (). A volte anche di notte. Vado con la bicicletta al campo agricolo del padrone che mi indica il caporale e lavoro dalle 6 fino a sera tardi. Dipende dal padrone. Da contratto dovrei guadagnare 9 euro l’ora ma il padrone mi dà solo 3 o 4 euro». E per lavorare di più alcuni braccianti indiani vengono indotti ad assumere sostanze dopanti come oppio, metamfetamine e antipastici.

il giornale.it


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