La solitudine di Emmanuel abbandonato anche dai suoi

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R iformare la Francia senza i francesi. È questo il problema più grande per Emmanuel Macron; per sua stessa ammissione, incapace di riavvicinare i cittadini alla classe dirigente

Alle prese con un isolamento che non è più soltanto politico, ma anche sociale, il presidente della Repubblica si trova a un bivio: cedere alla piazza (martedì capiremo in che misura, parlerà alla nazione) o tirare dritto verso una meta che appare troppo lontana per essere avvistata in tempo utile dall’elettorato.

A maggio si vota e molto probabilmente lo scrutinio europeo si trasformerà in un referendum su di lui. I cinque anni all’Eliseo sono blindati, ma con una maggioranza parlamentare svogliata, e sempre meno sindaci dalla sua parte, Macron affronta una situazione inedita. I maggiori alleati, i centristi MoDem, non stanno spendendo neppure 130 caratteri via Twitter per difendere il presidente accerchiato. Da destra, i lepenisti cavalcano l’onda dei gilet gialli; e già prima della protesta, il Rassemblement National di Marine Le Pen aveva superato La République En Marche nelle intenzioni di voto.

Da sinistra l’eco del tribuno Jean-Luc Mélenchon offusca ciò che l’esecutivo prova a spiegare in materia di transizione energetica e difesa dell’Ambiente. Ieri l’ultima diretta Facebook del leader dell’estrema sinistra ha dato voce al pensiero di molti: la carbon tax e altri rincari servono a pagare la diminuzione delle imposte sui grandi patrimoni. Vero o falso che sia, il messaggio passa. E il presidente dei ricchi continua ad essere percepito come tale. Perfino i gollisti, quelli aderenti alla maggioranza, si incontrano in solitaria e non manca chi pensa a una exit strategy. Come se Macron fosse stato, o almeno percepito come un cattivo investimento, i francesi guardano al portafoglio e alzano la cornetta per rispondere ai sondaggisti: 25% di gradimento. Ma non è il punto centrale.

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Dove sono finiti i 300 deputati di En Marche? Perché non fanno blocco contro l’accanita schiera di detrattori? La notizia che tra i gilet gialli ci siano anche gruppuscoli di sostenitori della presidenza Macron fa sembrare una crisi di consenso una tragedia imminente. Il voto europeo, certo, potrebbe essere disastroso per Macron. Ma pare ancor più grave il mancato impiego di truppe cammellate pronte a correre nelle città, bussare a ogni porta, casa per casa, per spiegare ai delusi che potrebbe essere un’allucinazione collettiva, che Macron sia invece un buon presidente e che i suoi modi un po’ arroganti siano solo figli dello stress.

A forza di concentrare il potere su se stesso, il suo cerchio magico di fedelissimi si sta tramutando in un cerchio tragico. Nessuno parla in favore dell’Eliseo. E quei pochi che lo fanno, vedi il ministro dell’Ambiente François De Rugy, aggravano semmai la situazione. Così come il presidente dell’Assemblea nazionale, che anziché applicare i principi di liberté, in aula zittisce le opposizioni minacciando sanzioni.

Dalle promesse di ieri alla realtà di oggi, sembra che qualcuno abbia fatto un innesto di disillusione nella mente dei francesi. Se il 78% si è detto sostenitore (anche solo virtuale) della protesta dei gilet gialli, l’altro 20 ancora crede al presidente. C’è un margine per superare la bufera? Certo. Solo che manca la voglia di sintonizzarsi col Paese e interpretare un malessere trasversale. I gilet gialli sono paragonati a indiani Pellerossa che si battono contro un oppressore secondo cui il popolo ostacola la trasformazione. Solo che all’Eliseo non c’è un invasore, ma lo stesso giovane leader che si insediò promettendo d’essere il «presidente di tutti».

il giornale.it

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