Le donne che mettono il velo islamico? Ce ne sono più a Milano che a Tunisi

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Tunisi – Dalila sorride. «Très jolie». Un turista italiano le fa un complimento, lei ascolta divertita: c’è solo un filo di imbarazzo in quegli occhi neri allegri.

Lavora in un negozio di abbigliamento e porta il velo come un vezzo: «È turco» precisa orgogliosa. L’allestimento del negozio, coi pannelli che campeggiano sopra la sua testa, raffigura i volti di modelle truccatissime e sensuali.

Tunisi, ancora oggi, è molto lontana dalle società teocratiche che alle donne impongono modelli estetici e comportamentali. La Tunisia ha una sua storia: il fondatore della moderna Repubblica, Habib Bourghiba, abolì poligamia e ripudio, e introdusse divorzio ed età minima per il matrimonio. La Tunisia a metà anni Cinquanta era già un Paese laico: le donne hanno acquistato diritto di voto nel 1957 e due anni dopo è arrivata la possibilità di accedere alle cariche pubbliche . Tanta acqua è passata sotto i ponti e la rivoluzione dei Gelsomini del 2011 ha portato con sé anche l’avanzata del partito musulmano: Ennahda propugna una via tunisina all’islamismo ma a maggio ha eletto la prima donna sindaco di Tunisi, Souad Abderrahim, una farmacista 53enne che veste all’occidentale.

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Ci sono aperture e reazioni. L’Institute for Social Research dell’Università del Michigan nel 2014 aveva studiato la questione-velo in 7 paesi a maggioranza musulmana e in Tunisia il 15% degli intervistati rispondeva che non era necessario alcun velo: solo Libano e Turchia erano risultati più laici. Scarso il gradimento per burka, niqab e chador, anche se quasi l’80% indicava come opportuno il jihab o l’al amira, il velo con copricapo e sciarpa. La Tunisia resta laica, anche se l’islamismo guadagna terreno. Il jihab avanza rispetto ai tempi in cui Bourghiba e il successore, il rais Ben Alì, avevano dichiarato guerra ai veli negli uffici e nelle scuole. La questione taglia in due il Paese e l’integralismo si rafforza soprattutto nelle province e fra le periferie. Dentro gli uffici e nelle vie di Tunisi, però, si sente l’eco di quella stagione laica. Nei ministeri le funzionarie conducono le riunioni con giubbotti di pelle e camicie discretamente scollate. Nella via principale della città, di sera, gruppi di ragazze passeggiano tranquille senza alcuna costruzione. Compaiono veli, per lo più leggeri, a volte colorati. Restano rari i niqab e rarissimi i burqa: si può girare per il centro senza incontrarne uno. «In realtà – spiega un professionista italiano che fa la spola fra Tunisi e l’Italia – a Milano oggi si vedono più veli che a Tunisi». E in effetti a Milano, nelle periferie ad alta densità di immigrazione come San Siro e via Padova, le donne velate superano ormai quelle coi capelli al vento e la stessa scena, per altri versi, si può vedere nel Quadrilatero – dove i ricchi turisti sauditi adorano fare shopping – o nelle pizzerie di via dei Mercanti o di corso Vittorio Emanuele.

In Tunisia di oggi il rapporto resta di uno a uno. Nella rivista patinata della compagnia area di bandiera un’inserzione pubblicitaria riproduce la locandina del Festival international d’art feministe di Tunis, e un redazionale in arabo, francese e inglese, con tanto di foto delle «suffragette», celebra un secolo di diritto di voto delle donne britanniche. «La famiglia del mio più caro amico tunisino – rivela un ristoratore italiano – si è trasferita in una città italiana e il padre si trova benissimo». «Ha scoperto che portare il velo nelle scuole italiane è più facile che in Tunisia», sorride.

IL GIORNALE.IT
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