Beppe Sala a Pietro Senaldi: “Basta dire che l’immigrazione non è un problema”

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L’Italia vista dall’ufficio del sindaco di Milano, Beppe Sala, manager di sinistra in prestito alla politica con opzione di contratto a vita, sembra Svizzera. Fuori è il giorno più caldo dell’anno, dentro si sta in giacca e cravatta senza schiattare; e non c’è nemmeno l’aria condizionata versione surgelati del supermercato che trasforma gli uffici agostani in celle frigorifere. Immigrazione, Pd, conti pubblici, Olimpiadi, i temi della chiacchierata sono vari ma non si può che partire da Milano, passata da capitale morale ed economica a città-Stato, enclave progressista nel cuore della Lombardia salviniana e dell’Italia gialloblu.

«Mi propongo ai lettori di Libero come uno spunto di riflessione» provoca il sindaco, «anche per capire se il modello Milano può valere per tutto il Paese. Siamo la città più ricca, più cara, più multietnica, ma anche quella con i migliori servizi per i cittadini. Il rischio è che Milano si stacchi di fatto dall’Italia diventi come New York per gli Stati Uniti, una realtà a sé stante. Perché io tiro dritto, non posso fermarmi: la città va avanti, non siamo prudenti, c’è voglia di scommettere sul futuro, abbiamo un piano da 2 miliardi di investimenti per il potenziamento dei servizi pubblici e dell’uso dei mezzi elettrici in città: se il Paese la segue bene, altrimenti…».

Parole in contraddizione con il suo scarso impegno nel referendum per l’autonomia della Lombardia. Perché ha remato contro?
«La sinistra ha gestito male la richiesta d’autonomia, ammettiamolo, abbiamo lasciato l’iniziativa agli altri salvo poi dire “vengo anch’io”. Io sono per un maggior federalismo ma è un tema che il Pd deve porre nel prossimo congresso, non può essere portato avanti dai singoli».

Autonomia significa anche non fare le Olimpiadi di gruppo, Milano-Cortina-Torino?
«Avrei preferito che avessero bocciato la candidatura di Milano piuttosto che propormi il pastrocchio che vorrebbe il Coni. Per responsabilità istituzionale, sono pronto a ospitare qualche evento ma dall’organizzazione mi sfilo. Voglio chiarezza, non amo fare figuracce né correre rischi dove non posso metterci becco. Sull’Expo mi sono preso tutte le responsabilità, anche penali, ma agivo io. Rispondere di quello che fanno gli altri, no grazie. È pericoloso in questo Paese».

Milano-Roma: paragone inevitabile. Al Campidoglio lei avrebbe combinato gli stessi disastri della Raggi o avrebbe fatto meglio?
«Al di là dell’esperienza e dell’età, che comunque contano, la differenza profonda tra me e la Raggi è che io sono indipendente dal Pd mentre lei sente il condizionamento di chi comanda in M5S. Lei è espressione di un blog, io dei milanesi. Milano e Roma non sono realtà paragonabili, nei servizi pubblici, dai trasporti alla raccolta rifiuti, ma anche nella partecipazione della società alla vita cittadina. Io ricevo stimoli quotidiani da imprenditori, cittadini e realtà sociali, temo che la mia collega passi la giornata a districarsi tra richieste di postulanti».

Sa di essere il cruccio di Salvini? Il vicepremier non digerisce di vincere ovunque ma non a Milano…
«Un giorno Salvini si candiderà sindaco di Milano. È la sua città, penso sia un suo desiderio intimo».

I giornali scrivono che Salvini si prepara a conquistare Roma…
«La Capitale ha una classe dirigente cinica, convinta che in fondo nulla cambi mai e quindi la cosa migliore sia venire a patti con il potere; e oggi l’uomo forte è Salvini».

La sinistra deve imparare qualcosa dal leader della Lega?
«Per me non è vero che non c’è più differenza tra destra e sinistra. Salvini è di destra, quindi diverso. Il nostro problema è come restare fedeli ai nostri valori riuscendo però ad agganciare chi non è di sinistra. A Salvini è riuscita l’operazione di allargare il consenso, puntando su paure e bisogni insoddisfatti dell’elettorato».

Salvini è riuscito a far votare al Sud un partito che si chiamava “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”, voi dovete solo persuadere qualche moderato che non siete estremisti rossi o fanatici delle ong: la sfida non le sembra più facile?
«Salvini ha il vantaggio di poter comunicare in maniera monocratica. A sinistra parlano troppe voci e il risultato finale è che l’elettore non capisce il messaggio, pensi al caso Minniti…».

Parliamone, sta con lui o contro?
«Non è questo il punto.È evidente, come dice Emma Bonino, che per arginare l’emergenza sbarchi Minniti in Libia è dovuto scendere a compromessi poco umanitari. Però la sinistra è stata suicida a sparargli alle spalle mentre l’ex ministro stava risolvendo un problema, per di più con il consenso della popolazione. È stato un autogol elettorale. Se non ha un’idea unitaria su temi come questo, meglio tacere che dividersi pubblicamente».

Detto da lei, che organizza marce per lo ius soli e pranzi per l’integrazione…
«Io non organizzo, aderisco e do la mia testimonianza convinta. Non mi pento delle mie partecipazioni a marce e pranzi multietnici ma sono consapevole che con queste manifestazioni parliamo a noi stessi, non allarghiamo il consenso».

Anzi, forse lo allontanate?
«So di pagare un prezzo in termini elettorali sul tema immigrazione ma non me ne preoccupo. Forse perché sono un politico atipico, forse perché ho davanti ancora tre anni e sono concentrato sul mandato più che sul consenso. Tra due anni rifletterò sul mio futuro, valuterò forze, progetti, voglia di continuare, eventuali nuove sfide».

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Minniti a parte, che errori ha fatto la sinistra sull’immigrazione?
«Un errore di marketing e uno di sostanza. Non riuscendo a gestire il problema, l’ha minimizzato e ha provato a vendere l’immigrazione come un fenomeno solo positivo, nascondendo le difficoltà sotto il tappeto. Però la gente le vedeva lo stesso, e le viveva sulla propria pelle. Io non nascondo a nessuno che l’immigrazione è la componente più faticosa del sistema Milano, non sono uno sprovveduto, non ignoro né cerco di sbianchettare le ragioni di chi teme la cosiddetta invasione, ma provo a trovare un equilibrio. La sinistra non l’ha fatto e a questo errore ora è difficile rimediare, specie perché Salvini lo ha intuito e ci si è buttato perfettamente mani e piedi».

Quanto all’errore di sostanza?
«La sinistra non ha avuto la capacità di fare un piano di integrazione alla tedesca, con corsi di lingua, formazione e test finale. Abbiamo voluto accogliere tutti senza riuscire a creare vera accoglienza per nessuno. Finché non troveremo una formula vincente sull’integrazione, perderemo. E poi, bisogna avere il coraggio di confessare una cosa, per quanto sgradevole».

Ovverosia?
«L’italiano ha paura dell’uomo nero. L’immigrazione africana è allo stato brado ed è molto più temuta di quella islamica».

Paura dell’uomo nero significa razzismo: non si unirà anche lei al coro anti-Salvini?
«Il razzismo non viene dall’animo, è un sentimento molto più pratico di quanto non si pensi, si basa sulla mancanza di sicurezza e su questioni concrete. Spesso essere razzista significa difendere ciò che hai dalla venuta di un altro, per questo i centri cittadini sono meno intolleranti delle periferie. A Milano il 12% della popolazione vive in alloggi popolari. Se tu sei il 48esimo in lista d’attesa per un appartamento e, dati i parametri di ricchezza, componenti famigliari e disabilità, sai che senza stranieri diventi il 15esimo, sei portato a essere anit-immigrati».

Non è riduttivo ricondurre la crisi del Pd solo alla cattiva gestione dell’emergenza immigrazione?
«L’altra ragione è l’aver smarrito il contatto con buona parte del territorio, soprattutto al Sud. Non addosso la colpa solo ai vertici, anche i quadri intermedi hanno gravi responsabilità. Anzi, il vero errore dei dirigenti nazionali è stato forse fare troppo affidamento sui portatori d’acqua locali, che hanno dormito sugli allori, restando interpreti di una vecchia politica».

Martina è l’uomo per risorgere?
«Va certo bene per la transizione».

E quanto al leader?
«Mi pare prematuro parlarne. Non so quanto dovrà passare prima che la sinistra possa tornare a correre per vincere. Comunque in questa fase il candidato premier dovrebbe essere diverso dal segretario. Ci serve qualcuno che selezioni la classe dirigente, e non necessariamente questo può coincidere con uno che abbia le capacità o il carisma di un leader, il quale poi deve sintetizzare tutte le voci».

Mi scusi, ma un leader forte il Pd l’ha avuto di recente, o no?
«A ogni intervista spero di non dover parlare di Renzi, eppure mi tocca. Matteo è un politico particolare, ha due facce: una capacità di fare e di spinta, sulla quale sospendo il giudizio, e una visione ipermonocratica che mal si concilia con la natura della sinistra e che, per paradosso la spinge per reazione a essere ancora più polifona di quanto sarebbe in natura. Comunque credo che alla fine abbia pagato l’incapacità di dare al Pd una identità chiara. La Lega ce l’ha, M5S con questa retorica del cambiamento pure, i Dem renziani non si sa se siano sinistra, progressismo, macronismo o che altro. In definitiva, penso che se Matteo avesse candidato premier Gentiloni avremmo comunque perso le elezioni, ma un po’ meno peggio».

Cosa le dicono gli elettori Pd?
«Meno male che siamo a Milano. Sono infastiditi dal fatto che il partito sia ancora ferma alla lotta fra renziani e anti-renziani».

Lei può essere una risposta nazionale alla crisi del Pd?
«Ho la testa qui a Milano e mi limito a fare uscite sporadiche come questa intervista. Nel 2020 si vedrà».

Ma i Dem sono convinti che si tornerà alle urne molto prima…
«Io non credo, come invece Renzi e Berlusconi, che a ottobre con la finanziaria il governo cadrà. La luna di miele tra esecutivo e Paese continuerà perché non c’è una reale alternativa e M5S e Lega sono al potere da troppo poco tempo per potere essere attaccati in modo credibile. E poi sono convinto che questa Finanziaria sarà prudente, con tagli delle tasse minimi e un reddito di cittadinanza che aiuterà 3-400mila persone su cinque milioni di poveri. Ciononostante, leghisti e grillini riusciranno a farla digerire al loro elettorato».

I critici del governo sostengono che i gialloblu faranno ripiombare l’Italia nella crisi…
«A essere onesti, la crisi in Italia non è mai finita. Una crescita dell’1,4% non è una svolta né sintomo di guarigione. Quello che mi preoccupa sono il debito pubblico monstre e la mancanza di una strategia su economia e sviluppo, specie da parte di M5S».

M5S gamba debole del governo?
«C’è un deficit di competenza, sommato alla difficoltà di non voler deludere l’elettorato ma di non poterlo neppure premiare, mantenendo promesse elettorali irrealizzabili. Completamente destabilizzante poi è il modo di procedere di Di Maio e compagni. Pensi all’Ilva, gli indiani sono interessati a comprare e il ministro del Lavoro, per insicurezza e per tutelarsi da ogni critica, convoca un tavolo con 62 parti. Come si fa a chiudere? Non c’è strategia. Se non vuole allontanare gli investitori, italiani e stranieri, il governo deve essere chiaro e garantire che andrà avanti sulle infrastrutture, le energie, le telecomunicazioni e la viabilità. La decrescita felice e il mantenimento di chi non lavora non sono una ricetta. Anzi, il reddito di cittadinanza è un pessimo segnale, se lo lasci dire da una città dove nessuno sta con le mani in mano».

 

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