Vittorio Feltri, la vergogna dei giudici su Roberto Formigoni: “L’hanno rovinato, ora lo vogliono morto e senza soldi”

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Bastonare il cane che affoga è stato l’ insegnamento di Mao Tse Tung che da noi ha trovato i più ferventi proseliti. Terreno fertilissimo l’ Italia, eravamo già laureati in questo ramo della vigliaccheria: siamo la patria di Maramaldo, cui nessuno ha dedicato una statua in piazza, solo perché siamo ipocriti. Il glorioso napoletano Fabrizio (non è colpa mia se è nato lì) uccise un uomo morto. Ho un’ idea di dove starebbe bene il monumento per il pugnalatore del moribondo Francesco Ferrucci: alla Corte dei Conti.

Mao Tse Tung, se non fosse morto, potrebbe andar lì a prendersi un master. Parlo del trattamento riservato a Roberto Formigoni, cui non mi lega nulla, salvo la vocazione per la verginità, che in me si è fatta strada purtroppo tardivamente. Per il resto non concordo con le sue giacche, e non ho apprezzato l’ idea di innalzare un enorme grattacielo, il cui unico merito è di non andare oltre l’ ultimo piano.

La sto tirando in lungo, perché mi fa persino ribrezzo affrontare la materia. La Corte dei Conti ha deliberato infatti – senza peraltro che nessuna sentenza penale sia passata in giudicato – il sequestro di beni appartenenti all’ ex presidente della Regione Lombardia per l’ ammontare di 5 milioni di euro. Che non possiede, perché quel che aveva gli era già stato sequestrato – come risulta facilmente controllando su Internet – dal 2014. Fin qui, siamo alla trascurataggine. La novità è che la magistratura contabile ha stabilito di prosciugargli la pensione di senatore, dove gliene veniva già prelevato il massimo stabilito dalla legge: e cioè un quinto. Insomma, la condanna è a morire di fame, neanche i 35 euro assegnati a un profugo. A questo proposito suggerirei al «Celeste» di farsi dare la cittadinanza irachena, visto che era amico di Saddam Hussein, dopo di che di arrivare qui con un barcone dalla Libia, così la sinistra, la magistratura e persino i vari Tg invocherebbero accoglienza, vitto, alloggio, zainetto e pocket-money. Ovviamente dovrebbe avere prima l’ avvertenza di pitturarsi di nero, se no nisba.
Le vicende processuali di Formigoni sono note. È stato condannato in primo grado per corruzione a sei anni.
Gli inquirenti non gli hanno trovato un ghello di provenienza illecita, non sono stati scoperti passaggi di denaro, ma gli hanno imputato il godimento di «altre utilità».

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Usufruiva infatti di ospitalità in località amene, trasportato su barche di lusso, grazie alla generosità di amici che si è scoperto molto interessati. Costoro, per le strutture sanitarie private di cui erano intermediari, avevano ottenuto il pagamento, peraltro per prestazioni di cura reali, di svariate decine di milioni dalla Regione Lombardia.

Loro avevano incassato la mediazione dalla Fondazione Maugeri di Pavia. E Formigoni? Qui si scontrano la lettura dei fatti dei giudici (si badi: di primo grado) e quella dell’ imputato. I primi dicono: in realtà ha intascato in tal modo una sorta di tangente; l’ ex governatore ha sostenuto di aver semplicemente accettato l’ invito di amici facoltosi, e che comunque le delibere e i pagamenti della Regione erano stati vagliati da organismi di garanzia.

Vedremo i successivi gradi di giudizio. Ma non è questo oggi il punto. Bensì l’ assurdità di uno che non viene trattato da uomo, ma siccome ha perso il potere, viene considerato un pezzo di carne marcia. Il linguaggio è crudo, ma non trovo espressioni diverse salvo scivolare nella scatologia.

Come ho scritto, sin dal 2014, a Formigoni è stato sigillato tutto, in via preventiva. Il comunicato stampa diffuso allora da Palazzo di giustizia spiegò: «La magistratura sequestra 49 milioni a Formigoni». Accidenti quanto era ricco, che ladro. Così è stata data la notizia. Goduria dei nemici, costernazione degli amici: finalmente hanno messo le mani sul bottino. Nessuno poi si curò del resoconto. Il malloppo era costituito da: un conto con 18 (diciotto) euro, 3 utilitarie, una per suo uso, le altre per i collaboratori, e 1/3 di 6 appartamentini (1 a Sanremo e 5 a Lecco) posseduti in comunione coi due fratelli.

Adesso la Corte dei Conti brinda con un suo comunicato: sequestrati 5 milioni, messe le mani su «18 alloggi». In realtà, visto che è la Corte dei conti e sono bravi in aritmetica sono sempre 1/3 dei 6 appartamenti. Che a casa mia fa 2. Invece per loro fa 18. Bravissimi. Per di più sono sempre gli stessi alloggi già sotto sequestro nel 2014.

Ora portano via tutta la pensione. Non esiste. È incostituzionale. Ma con Formigoni si può. Non si rischia niente a dar legnate persino a un mastino o a un alano che affoga, difficile che morda. Con Roberto Formigoni si è arrivati oltre la bastonatura, siamo all’ espianto coatto di organi. Sequestrategli le giacche, piuttosto. Conviene. Vista l’ evoluzione della civiltà, saranno considerate patrimonio dell’ umanità e varranno milioni, specie quella arancione.

 

 

 

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