Sanremo, Beatrice Venezi schiaffeggia Boldrini & Co. in diretta: “Sono direttore, non direttrice d’orchestra”

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 Dopo l’impalpabile presenza di Vittoria Ceretti sul palco del teatro Ariston nella terza serata, al festival di Sanremo è arrivata Beatrice Venezi. Di professione pianista e direttore d’orchestra, la co-conduttrice della quarta serata ha voluto immediatamente mettere in chiaro il suo ruolo nella serata ma, in generale, nell’ambito musicale, dimostrando che non sono le etichette a qualificare un professionista ma la sua bravura. Con una semplice frase, la pianista ha messo a tacere i ben pensanti del politically correct radical chic, sempre pronti a violentare la lingua italiana con le loro teorie campate per aria.

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In un momento storico in cui una certa parte politica sembra avere come priorità quella di eliminare il maschile generico dalla lingua italiana e forzare determinate parole in nome di una presunta parità tra i sessi, che sembra passare dalla forma e non dal contenuto, Beatrice Venezi ha voluto fare chiarezza sul suo titolo. “Io sono direttore d’orchestra”, ha detto la Venezi sul palco del teatro Ariston ad Amadeus, che la stava presentando come direttrice. “La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è quello di direttore d’orchestra, non di direttrice“, ha spiegato la Venezi. Uno schiaffo morale alle femministe a ogni costo, con un discorso molto più femminista di quanto non vogliano farci credere gli integralismi della declinazione linguistica. Beatrice Venezi non vuole discriminazioni nella sua professione, non vuole sentirsi diversa rispetto ai suoi colleghi.

“Mi assumo la responsabilità di questa cosa“, ha detto Beatrice Venezi, “perché è importante quello che sai fare“. Poche parole e un calcio al femminismo integralista per il direttore d’orchestra, come ama definirsi, come è scritto sui documenti faticosamente conseguiti dopo tanti anni di studi. La sua presa di posizione, potente seppur fatta con il sorriso, ha scatenato la polemica dei soliti benpensanti da tastiera, incapaci di accettare le forme e le regole della lingua italiana o, almeno, la decisione di una professionista che se ne infischia delle battaglie di contenuto e punta a dimostrare sul campo il suo valore. Beatrice Venezi non sarebbe diventata il più giovane direttore senza la determinazione e il coraggio mostrati sul palco, dove ha puntato i piedi consapevole che le sue parole avrebbero scatenato l’ira delle femministe dure e pure. Ma, forse, proprio questa sua voglia di affermare il suo ruolo senza le sovrastrutture inutili è molto più utile alla battaglia femminista rispetto a tante altre battaglie pressoché inutili.

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