Storia di un maxi spreco. Il super jet di Renzi abbattuto da Toninelli

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Matteo Renzi lo volle a ogni costo, facendo buttar via all’Italia milioni di euro. Danilo Toninelli, Luigi Di Maio e i 5 stelle lo dismisero con uno show a Fiumicino degno del Grande Fratello, ma la verità che nel fermare l’Airbus 340 dell’Alitalia, meglio conosciuto come «Air Force Renzi», fecero peggio.

A dimostrarlo è un documento che riporta quella che fu la proposta dell’Aeronautica militare per salvare capra e cavoli, mai presa in considerazione dai governi.

All’epoca del suo esecutivo, l’ex premier di Rignano sull’Arno si incaponì per avere il velivolo principe della flotta di Stato, di fatto avviando un leasing da 168 milioni 205mila euro con Etihad (Emirati Arabi), proprietaria di Alitalia. I vertici dell’Aeronautica sconsigliarono vivamente l’operazione, perché il prezzo dell’aereo sul mercato era di non più di 70 milioni di euro. Non ci fu ragione che tenesse e per prendere la nuova «ammiraglia dei cieli» furono sacrificati due A-319 assegnati alla Presidenza del Consiglio. Uno fu venduto, l’altro fermato. Ma fu fatto un grande sbaglio, perché quello bloccato aveva doppi serbatoi, ovvero era l’unico in grado di raggiungere senza scali quasi ogni parte del mondo. Renzi, con la scusa che in aereo non riusciva a guardare il meteo per lavoro, si incaponì, raccontano i bene informati e pretese che a bordo dell’A-340 si mettesse il Wi-Fi, per la modica cifra di 3 milioni euro, quando esistevano già apparati radio molto avanzati. Il contratto per la rete internet, però, fu firmato sotto l’amministrazione del ministro della Difesa Elisabetta Trenta. A fine 2017, secondo il documento di cui siamo venuti in possesso, l’Aeronautica informò la Presidenza del Consiglio «che il velivolo, impiegato da equipaggi del 31° Stormo, svolgeva una limitata attività di volo (382 ore aggiornate alla data del 30 novembre) rispetto al perimetro autorizzato e contemplato dal contratto».

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Si spiegò che l’aereo avrebbe potuto essere utilizzato per portare i militari impegnati in missione all’estero in teatro operativo e che si sarebbe potuto proporre anche all’Eatc (agenzia europea per i voli militari) di fare la stessa cosa a pagamento per i militari delle altre nazioni. Oltretutto ciò avrebbe consentito di usare altri velivoli della Forza armata per altri scopi.

Dall’allora premier Paolo Gentiloni non giunse risposta. La cosa fu riproposta nel 2018 al nuovo esecutivo gialloverde. Ma Di Maio e Toninelli preferirono lo show mediatico seguito da un totale abbandono dell’aereo, che è attualmente parcheggiato a Fiumicino, come più volte raccontato dal Giornale, in dismissione e destinato a essere venduto a pezzi. La direzione per gli armamenti aeronautici (Armaereo) negoziò un’uscita, quale eliminazione delle responsabilità contrattuali del governo italiano che a suo tempo aveva sottoscritto l’accordo. Da quanto sappiamo, sono stati sborsati 60 milioni di euro circa dei quasi 170 dovuti, con una penale di 7-8 milioni. Ma che cosa accadrebbe se Etihad decidesse di proporre arbitrato nei confronti dell’Italia nonostante gli accordi? Probabilmente lo vincerebbe, condannandoci a pagare l’intero importo. Cosa certa è che resta l’amaro in bocca per la scelta prima di Renzi e poi dei 5 stelle, vista la dismissione di un aereo perfettamente funzionante e che, in periodo di pandemia, avrebbe consentito al Paese di recuperare praticamente ovunque dispositivi medici, invece portati da compagnie private a costi altissimi.

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