Michele Ainis contro Giuseppe Conte: “Con i Dpcm siamo finiti in basso, la Costituzione è stata dribblata”

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L’Italia vive un paradosso. Il nostro governo si vanta di essere stato tra i migliori al mondo nel fronteggiare la pandemia e punta il dito contro altre nazioni, sottolineandone le carenze. Però solo qui, nella patria dello slogan “andrà tutto bene” e del “non si può andare a votare con il Covid”, l’esecutivo viene licenziato da se stesso e con ogni probabilità si autorigenererà senza preoccuparsi di chiedere nulla agli elettori. L’alternativa è un governo di saggi e capaci, la cui superiorità è certificata dal fatto che non hanno mai tentato la carriera politica. Altrove la democrazia ha usi diversi. Chi vince le elezioni, governa. Se dopo le urne non c’è una maggioranza, si rivota subito, anche due o tre volte. Quando si trova un assetto, si va avanti, in pace o in guerra, fino alla successiva scadenza elettorale, nella quale i cittadini hanno modo di dimostrare a chi li ha guidati se hanno gradito o meno.

Siamo cresciuti nel mito della Costituzione più bella del mondo, un assioma che, dal giorno in cui è stata firmata la Carta, non trova alcun riscontro nella realtà. È lecito quindi il dubbio che la responsabilità dello spettacolo osceno della politica, a cui abbiamo assistito indifferentemente nella Prima, Seconda e Terza Repubblica, non sia tanto dei teatranti bensì delle regole d’ingaggio. Sarebbe facile trovare una risposta affermativa interrogando un sostenitore del sistema presidenziale, da tre decenni sogno irrealizzato di Berlusconi e poi di tutto il centrodestra. In tanti ormai sostengono che, se stracciamo il lavoro dei padri costituenti e riscriviamo le regole del gioco, tutto andrà meglio. Il messaggio del referendum che segnò l’inizio della fine di Renzi, nel 2016, era questo. Sei italiani su dieci lo bocciarono, ma da allora le cose sono solo peggiorate e forse un ripensamento sarebbe opportuno.

«La pandemia ha messo a nudo la crisi istituzionale, che sta alla base di quella della giustizia e di quella economica, e le ha aggravate tutte e tre» sentenzia Michele Ainis, giurista e intellettuale, tra i più autorevoli costituzionalisti della Repubblica. «Il Covid» afferma lo storico difensore della bontà della Carta «ci ha regalato il potere discrezionale e senza controllo del premier, esercitato attraverso i dpcm, di cui penso tutto il male possibile, in quanto dribblano i paletti che la Costituzione mette a chi guida il governo. Il presidente non è più primus inter pares ma di fatto surroga i ministri. E poi sono spuntati anche i sindaci sceriffi e i governatori ras, che sfidavano le leggi e l’esecutivo. Il sistema aveva due ferite, che si portava dietro dagli anni ’90, la crisi del Parlamento e la personalizzazione della politica. La pandemia le ha allargate, lacerando le istituzioni, è una lente d’ingrandimento sui nostri mali. I dpcm sono l’estremizzazione dell’abuso dei decreti legge, che significa supplenza del potere esecutivo su quello legislativo, e tradiscono la medesima logica che sta alla base dei super commissari di Conte, che esautorano Parlamento e politica, una delle ragioni alla base di questa crisi. L’eccessivo protagonismo di premier e governatori è la prosecuzione del processo di annullamento dei partiti nei loro leader, con una progressiva trasformazione del parlamentare in cortigiano. Tant’ è che oggi non nascono nuovi partiti ma leader nuovi o vecchi che si mettono in proprio: è il caso di Italia Viva ma anche del movimento di Calenda, di quello di Toti e della Carfagna, della formazione di Paragone o di Articolo 1 di Bersani. Ma anche la Lega si sta trasformando in una lista per Salvini premier».

Condivido l’analisi delle difficoltà delle istituzioni e delle loro ragioni, ma da cittadino a me interessa il risultato, e questo è l’ingovernabilità. Le chiedo: non è colpa della Costituzione, troppo decantata e difesa in questi anni?
«Dall’inizio della Repubblica nessun governo è mai durato un’intera legislatura: ne abbiamo avuti 67 in 73 anni. Però è proprio quello che volevano i padri costituenti, che hanno deliberatamente costruito un sistema che fabbricasse solo esecutivi deboli. Questo perché volevano scongiurare un ritorno della dittatura ma anche che un partito prendesse la maggioranza assoluta dei seggi, cosa che si verificò solo alle prime elezioni, il 18 aprile del 1948».

Per evitare un nuovo duce ci siamo ritrovati un ducetto creatore di dpcm e gli amministratori sceriffo: segno che il sistema non regge più?
«Quando la legge non regge la realtà, il sistema cambia nelle cose, autonomamente. Conte è diventato premier per la sua debolezza, visto che i due vicepremier, Di Maio e Salvini, avevano di fatto più potere di lui. Oggi è l’opposto, la forza che ha raggiunto il premier grazie al Covid ne è diventato il punto debole, tant’ è che non solo Renzi, ma anche buona parte di M5S e Pd non ne gradivano lo stile di governo».

Fatto sta che ora la crisi istituzionale è grave: rottamiamo la Costituzione?
«I padri costituenti erano consapevoli dei rischi del parlamentarismo, tant’ è che in un ordine del giorno avevano previsto meccanismi di stabilizzazione, che però non si sono mai tradotti in norme concrete».

Ha suggerimenti?
«La crisi di questi giorni è stata innescata da una fiducia distruttiva. La maggioranza ha ottenuto i voti per non cadere, ma non sono bastati a blindarla. Forse è il caso di inserire la sfiducia costruttiva, alla tedesca: un governo cade solo se è già pronta una maggioranza alternativa».

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Lascia molto perplessi anche il mercato delle vacche, con parlamentari che saltano in una notte da uno schieramento all’altro, per motivi per lo più personali: non ne va di mezzo anche la credibilità delle istituzioni?
«Nei sistemi anglosassoni esiste il cosiddetto “recall”, il diritto per i cittadini, se raccolgono un adeguato numero di firme, di sfiduciare con un referendum il politico eletto che abbia tradito le promesse elettorali. Una sorta di revoca anticipata dell’eletto immeritevole. Arnold Schwarzenegger divenne così governatore della California, dopo che il suo predecessore fu sfiduciato per aver alzato le tasse, quando invece aveva giurato che le avrebbe abbassate».

Qui da noi andrebbero a casa tutti
«Forse il problema sta in come si arriva in Parlamento. Una soglia di sbarramento più alta per i partiti servirebbe a semplificare e stabilizzare il quadro. Come bisognerebbe ritornare a deputati effettivamente scelti dagli elettori e non dai capi partito. Noi invece abbiamo le liste bloccate da 25 anni… Me lo lasci dire, comincio a pensare che estrarre a sorte tra i cittadini una piccola quota di parlamentari, non l’intera assemblea, migliorerebbe la situazione: avremo un drappello di individui che possono fare da cuscinetto tra maggioranza e opposizione. Ma probabilmente è solo una mia utopia».

Con i grillini praticamente è andata così e non è stato un successo
«Ma quello è comunque un partito, con un leader e un fondatore. Io pensavo al sorteggio puro, entro liste compilate dal Parlamento. Un po’ come per le giurie americane. Peraltro in Italia c’è qualcosa di simile: se si dovesse processare il presidente della Repubblica, oltre ai quindici giudici della Corte Costituzionale, verrebbero sorteggiati sedici cittadini normali per comporre la giuria».

Se fallisse il tentativo di fare un Conte ter prenderebbe quota l’ipotesi di un governo tecnico, dei migliori: non sarebbe la Caporetto della politica, che certificherebbe così la propria incapacità?
«Il premier non politico è un indice di debolezza della politica. I partiti vi ricorrono quando è tempo di chiedere sacrifici e non vogliono metterci la faccia, per non crollare nei consensi. È il caso dei governi Amato, Ciampi, Monti. Oppure si ricorre ai tecnici quando la politica, avendo palesemente dimostrato la propria incapacità e impotenza e avvertendo un clima di sfiducia montante nel Paese, si auto-commissaria per recuperare credibilità e disintossicare il proprio rapporto con i cittadini. In ogni caso è una sconfitta, perché sono scelte ipocrite oppure obbligate».

Anche Conte a suo modo è un tecnico. Equilibrista professionista?
«È piuttosto stravagante che la medesima persona, in meno di tre anni, sia premier prima del governo ritenuto più a destra della storia della Repubblica, poi di quello considerato più a sinistra e infine, forse, di quello più andreottiano. Ecco, Conte forse è un tecnico dell’andreottismo».

È anche uno che ha provato a tenere la politica fuori dalla porta
«I comitati tecnici scientifici e le task force sono, come il governo tecnico, delle foglie di fico che usa la politica per fuggire dalle proprie responsabilità o incompetenze. La crisi è partita quando Conte ha provato a mettere i soldi del Recovery Fund nelle mani di sei commissari di sua nomina, a loro volta coadiuvati da decine di esperti».

Auto-commissariamento?
«Oppure scusa per decidere di testa propria. Si sa che due esperti danno tre pareri diversi. Ma se i tecnici sono trecento, tu li ascolti tutti e poi fai quello che vuoi».

Negli altri Paesi non succede. Torno al mio chiodo fisso: non è colpa anche della nostra Costituzione?
«Io penso che sia colpa più degli uomini che delle leggi. Il problema principale è il decadimento della qualità delle persone. Questo non capita solo in politica, è un problema generale di tutte le classi dirigenti. Io sono un professore universitario e posso garantirglielo».

Qual è la ragione del decadimento?
«C’è del vero nella tesi che internet e i social hanno atomizzato la società, fornendo un megafono a ogni voce solitaria. I social in realtà sono asocial: si parla solo con se stessi o con un pubblico che la pensa come noi, selezionato da filtri informatici e algoritmi».

La cosiddetta disintermediazione?
«Esattamente. Anche se credo che il vero problema sia che ormai nessuno fa più il suo lavoro. I deputati rinunciano a normare sui temi etici, lasciando ai magistrati il ruolo di legislatore. La giustizia a sua volta non dà certezze su vicende enormi, e allora il Parlamento crea commissioni d’inchiesta nelle quali diventa giudice. Tutti si occupano dell’altro e nessuno fa il suo».

La giustizia è l’emergenza del Paese?
«Io credo che l’emergenza adesso sia sanitaria. Il caos della giustizia però è troppo sottovalutato. E la cosa peggiore è che gli italiani sono rassegnati, non si rendono conto degli effetti devastanti che una giustizia lenta e ingiusta ha sull’economia e sulla stabilità politica».

Ha una terapia?
«Un quadro normativo più chiaro, meno denso di leggi e con più elementi di responsabilizzazione dei singoli magistrati. E poi basta correnti e politica in magistratura e sorteggio dei membri del Csm. Questa volta il procedimento è inverso: per far funzionare meglio gli uomini, cambiamo le norme».

Non sarà che vuole più bene agli uomini di diritto che di Palazzo?
«Diciamo che quando un uomo molla il tribunale per il Palazzo dovrebbe essergli impedito di tornare indietro; perché perde la sua credibilità».

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