Antonio Socci sulla rissa tra Concita De Gregorio e Zingaretti: “Fine del matrimonio tra Repubblica e Pd”

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Nicola Zingaretti stizzito ribatte su Facebook a Concita De Gregorio perché lo aveva sbertucciato ieri su Repubblica. Il suo è uno scivolone emblematico di questo momento politico e del tracollo di “quel che resta del Pci”. Il flash sarcastico della giornalista (certamente non di destra) prendeva spunto dalla goffa performance del segretario Dem, all’uscita dal colloquio col Capo dello Stato: «È tanto una brava persona però ogni volta che inciampa esita traccheggia, tira fuori dalla tasca un foglietto da leggere, non trova l’uscita e qualcuno deve prenderlo per il gomito – per di qui, segretario – Nicola Zingaretti lascia dietro di sé l’eco malinconica di un vuoto. Come un ologramma, sorride e svanisce».

Ci manca solo la perfida battuta di Fortebraccio: «Arrivò una berlina, si aprì lo sportello, non scese nessuno: era Cariglia». Si trattava di una traduzione della battuta attribuita a Winston Churchill: «Un taxi vuoto si è fermato davanti al n.10 di Downing Street, e ne è sceso Attlee». Zingaretti non è paragonabile ad Attlee, ma a Sinistra ora temono che non sia paragonabile neppure a Cariglia, il quale può sembrare quasi uno statista a confronto con l’odontotecnico romano capitato – per le strane vicende piddine – alla segreteria del partito. La De Gregorio infatti dice che Zingaretti scompare nel paragone con gli ex diccì del suo partito (che poi non sono giganti: sono dei Cariglia) e addirittura sprofonda nel confronto con Renzi che «nei 27 minuti di soliloquio» al Quirinale ha fatto vedere i fuochi d’artificio. Renzi è detestato, anzi odiato, a Sinistra, ma – mormorano i compagni fra di loro – lui sì che ha leadership.

Non ha un partito, ma è un leader. Mentre Zingaretti… Il compagno Nicola, mal consigliato, ha provveduto subito a darsi la zappa sui piedi con una replica piccata (e autolesionista) in cui cerca disastrosamente di ribaltare il confronto con Renzi: «Ho letto su Repubblica una pagina di Concita De Gregorio, purtroppo ho visto solo l’eterno ritorno di una sinistra elitaria e radical chic, che vuole sempre dare lezioni a tutti, ma a noi ha lasciato macerie sulle quali stiamo ricostruendo. Chi fa un comizio in diretta dopo le consultazioni al Quirinale è un esempio, chi rispetta quel luogo una nullità. La prossima volta mi porto una chitarra. Che degrado. Ma ce la faremo anche questa volta».

La gaffe è un po’ la cifra stilistica della segreteria Zingaretti. Cominciò con quella sull’Urss appena fu eletto capo del Pd (non aveva ancora capito che doveva far dimenticare di essere stato comunista). Poi, ecco i toni fiammeggianti con cui, nel 2019, proclamava che «non intendo favorire nessuna alleanza o accordo con i cinque stelle», per smentirsi totalmente di lì a pochi giorni. Infine le incaute dichiarazioni sdrammatizzanti sul Covid del febbraio 2020 («la vera battaglia è curare le persone dell’influenza stagionale», «quella sì causa dei decessi» dunque «gli allarmismi sono infondati»). Con questa spensierata spavalderia partecipò al famoso aperitivo a Milano (sempre per abbattere gli allarmismi). Così si prese il Covid e subito passò ad attaccare «la destra» accusandola di non essere all’altezza di combattere una sciagura grave come l’epidemia.

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Ma non è solo la tendenza alla gaffe. La De Gregorio scrive: «Nessuno, fra chi guarda la tv capisce bene come sia stato possibile che il leader del Pd sia diventato Giuseppe Conte, che era stato in origine indicato da quelli in odio al “partito di Bibbiano”» e ora ha «a suo sostegno la factotum di Berlusconi, Maria Rosaria Rossi» e la Polverini. A Zingaretti insomma manca il “quid”. Sarà colpa di quella pronuncia accidentata (Grillo lo chiamava “er Zeppola”) che induce gli avversari a evocare Paperino? O sarà per quella sua perenne lotta con l’italiano, all’attacco dei congiuntivi? All’inizio si pensava che volesse combattere Gigi Di Maio sul suo stesso terreno: «Chiediamo che i bandi non si interrompino» (rigorosamente con la “i”); «dobbiamo vivere in un paese dove le notizie corrino» (e vai con la “i”). Poi si è compreso che il suo è un attacco totale all’italiano, sembra che voglia spezzare le reni alla nostra lingua: «Crolla il fratturato delle imprese», «lo spread a livelli che non c’era fra dieci anni», «il coltello nel burro caldo», «la tela di Peneplope», «gli amichici di Matteo Salvini», «il caprio espiatorio», «io sono molto ottimisma». Alla fine la De Gregorio fa sua la diagnosi contenuta nelle parole sconsolate di Marisa Rodano, cento anni appena compiuti: «Alla Sinistra, oggi, manca del tutto una classe dirigente». È vero. Ma il dramma peggiore è che proprio questo vuoto politico oggi ha in pugno il Paese e fa di tutto per conservare la sua presa sulle poltrone ministeriali.

Claudio Velardi, che viene dal Pci e conosce bene la Sinistra, lo ha spiegato giorni fa: «Siamo in un’emergenza pandemia ed emergenza strutturale. Cosa dovrebbe sorreggerci? Una forte leadership. Questo è il problema: c’è un’assenza totale di leadership. Abbiamo un primo ministro che sta lì più o meno per caso, da un certo numero di anni, pure con maggioranze diverse. La sua forza è dovuta all’estrema debolezza degli altri: lui non ha un programma, un’idea, una visione, un partito. Non ha una funzione di leadership, non è in grado. Il M5S non ha una leadership e anche nel Pd non si manifesta nessuna leadership. È un partito di gestione del potere.

Chi comanda pare che sia un consigliere di Zingaretti, Goffredo Bettini, mio caro amico, ma che non ha nessun ruolo». In effetti, la considerazione che di Bettini hanno i compagni dell’ex Pci non sembra gigantesca (non a caso si era sempre occupato solo di politica locale). Lui stesso, in un’intervista, ha ricordato un episodio divertente ed emblematico: «(D’Alema) è stato il mio segretario della Fgci, l’amico di una vita. Ma vorrei raccontare com’ è in un solo aneddoto. Andammo in Spagna: dormivamo insieme in una sola stanza, perché la Fgci aveva pochi soldi. Lui era a letto con un saggio in mano. Gli dico: “Massimo, parliamo?”. Mi guarda di sottecchi: “Preferirei di no. Quando non si ha nessuno con cui si può discutere in maniera intelligente, leggere può essere la cosa migliore”». L’intervistatore gli chiede: «Ma scherzava?». Risposta: «Mah Direi di no». A parte questo Bettini, che sarebbe “lo stratega” di Zingaretti (e che ha fatto schiacciare il Pd su Conte), l’altro “pilastro” della segreteria è Andrea Orlando, uno che a vent’ anni, appena uscito dal Liceo scientifico, è diventato dirigente del Pci: era il 1989. Stava crollando il Muro di Berlino e lui diventava dirigente comunista.

Forse è questo che gli ha reso difficile l’elaborazione del lutto visto che nei giorni scorsi, per i 100 anni dalla fondazione del Pci, ha rilevato che «in Italia, l’anticomunismo paranoico è sopravvissuto, in forma più o meno esplicita, largamente alla fine del partito comunista». Ecco qual è il problema dell’Italia: la sopravvivenza dell’anticomunismo. Nessuno se n’era accorto. Fortuna che l’attuale dirigenza del Pd lo ha capito. Dev’ essere per proteggerci dall’anticomunismo che si sono aggrappati al potere con tutte le forze, sebbene abbiano perso le elezioni. Che bilancio finale trarne? Il vecchio Marx, nel 18 brumaio di Luigi Bonaparte, vergò questa acuta intuizione: «Hegel nota in un passo delle sue opere che tutti i grandi fatti e i grandi personaggi della storia universale si presentano per, così dire, due volte. Ha dimenticato di aggiungere la prima volta come tragedia, la seconda volta come farsa». Perfetto. Il comunismo è stato una tragedia nel XX secolo. Molti oggi, in Italia, vedono la farsa.

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