Giuseppe Conte, “campagna acquisti” fallita? Renzi torna in gioco, scenario pazzesco

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È la fase in cui si gonfiano i muscoli, anche quelli che non ci sono, e si digrignano le dentiere. Un po’ di terapia automotivazionale e parecchia messinscena, per intimorire l’avversario prima dello scontro. Giuseppe Conte ha scelto la linea dura e ciò che resta della coalizione giallorossa sta con lui, almeno per ora. Troppo grossa, per Nicola Zingaretti e compagni, la tentazione di sbarazzarsi del loro ex segretario. Ufficialmente, quindi, nessuna pietà per Matteo Renzi: il governo prova ad andare avanti con il proposito di schiacciarlo. L’appuntamento col destino è fissato per lunedì alla Camera e martedì nell’aula del Senato, e sarà qui che il presidente del consiglio si giocherà tutto. Ha respinto l’invito del centrodestra a presentarsi subito in aula e si è preso alcuni giorni di tempo. Gli serviranno per acquistare ai mercati delle vacche di Montecitorio e palazzo Madama i «nuovi Scilipoti», ribattezzati per l’occasione «costruttori», che fa molto più fine. Intende recuperarli tra i centristi del gruppo misto, gli iscritti ai gruppi di Forza Italia e soprattutto tra gli stessi renziani, la cui fibra in queste ore è messa a dura prova: sono davvero disposti a rischiare la bella morte assieme al capo? A decidere la sfida saranno loro.

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Visita al Colle – Così ieri Conte, che intanto ha preso ad interim il ministero delle Politiche agricole, è andato da Sergio Mattarella senza rassegnare le dimissioni, ma assicurandogli che nei prossimi giorni si presenterà in parlamento per «l’indispensabile chiarimento politico». La conta finale, appunto, terminata la quale ne resterà in piedi solo uno, tra il pugliese e il fiorentino. Mattarella si è limitato a prenderne atto. Non è un mistero che il capo dello Stato non condivida nulla di questa storia: né lo strappo di Renzi, né la prospettiva di affidare la sopravvivenza del governo a una maggioranza raccogliticcia sorretta da un gruppo di peones. Ha quindi deciso di mettersi da parte per un po’ e lasciare il cerino acceso in mano a Conte e ai giallorossi rimasti con lui. Costoro sono tutti d’accordo sull’«operazione responsabili». Nel Pd Dario Franceschini dice che «non c’è niente di male nel dialogare alla luce del sole con forze politiche disponibili a sostenere un governo europeista», mentre tra i grillini Luigi Di Maio chiede aiuto «a tutti i costruttori europei in parlamento» e Vito Crimi giura che «con Renzi abbiamo chiuso». I Cinque Stelle vorrebbero addirittura tirare avanti col governo attuale, facendogli ottenere la fiducia in parlamento ed evitando il passaggio al Conte 3. Spiegano che «il movimento sostiene il Conte 2 e non è disponibile a ragionare di subordinate e di altre formule, e nemmeno di un rimpastone». Sanno che, se si iniziano a sostituire le Azzoline e le Catalfo, viene giù mezzo M5S, e addio governo.

Due partite diverse – Ma, appunto, quella che ripete «Conte o elezioni» è la narrazione ufficiale, dietro cui c’è una storia un po’ diversa. Il presidente del consiglio e il Pd, infatti, non giocano la stessa partita: se il primo fallirà, i democratici avranno altre carte a disposizione, incluso il recupero dell’alleanza con Renzi, il quale – sconfitto Conte in aula – non avrebbe problemi a tornare al governo col suo ex partito. Quanto ai grillini, avevano giurato che mai e poi mai sarebbero andati a letto col «partito di Bibbiano», e si è visto com’ è andata. E mentre il centrodestra sta a guardare, si attende ancora una mossa da parte di Renzi, ieri colto di sorpresa dalla determinazione con cui i democratici hanno fatto fronte assieme a Conte. Il senatore di Rignano deve impedire che i più indecisi tra i suoi ascoltino le sirene del premier e può riuscirci solo prendendo il controllo della situazione. Il modo migliore sarebbe cavare dal cilindro un nome al quale il Pd e il M5S non possano dire “no”. Impresa difficile, anche per uno spericolato come lui. 

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