“Il più avanzato è Astrazeneca”. Così l’Italia ha “sbagliato” vaccino

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Avete presente i problemi sorti in questi giorni sul piano vaccinale europeo? Prima la Germania che, in barba ai principi di solidarietà Ue, va per la sua strada e si assicura quote extra del vaccino di Pfizer-BionTech.

Dall’altra la brusca frenata dell’Ema sull’altro siero in dirittura d’arrivo, quello di AstraZeneca-Oxford. Direte: può succedere. Certo. Ma rileggendo le pagine del “libro scomparso” di Speranza si capisce che le brutte notizie non sono solo negative per il Belpaese, ma politicamente si traducono in un doppio colpo alle strategia del nostro ministro. Un duplice fallimento inatteso. Due delle sue iniziative, di cui si è pure vantato nel volume, ovvero la ripartizione Ue dei vaccini e il sostegno ad AstraZeneca, improvvisamente hanno subito altrettante scoppole.

L’entusiasmo per il siero della multinazionale anglo-svedese trapela già a pagina 14, nell’ultima parte della premessa. “È stata l’Italia – si legge – la nazione europea promotrice dell’’Alleanza per il vaccino’ che con Germania, Francia e Olanda ha aperto alla prima intesa con AstraZeneca per lo sviluppo e la produzione di 400 milioni di dosi del vaccino di Oxford”. Peccato che nei giorni scorsi il vicedirettore dell’Agenzia europea dei medicinali, Noel Wathion, abbia definito “improbabile” il via libera al siero “entro gennaio”, come desiderio di Bruxelles e del governo nostrano. La Gran Bretagna l’ha già approvato, mentre la richiesta di autorizzazione all’Ema è arrivata solo ieri. Dunque: tutto da rinviare almeno a fine gennaio.

Il problema è che il vaccino di AstraZeneca è quello su cui l’Italia aveva scommesso. Abbiamo infatti una prelazione su 40,38 milioni di dosi, molte più delle 26,92 milioni di fiale che ci spettano dalla Pfizer e le 10,7 milioni di Moderna (già disponibili). Certo il grosso dovrebbe arrivare anche con Johnson&Johnson (53,84 milioni), Sanofi (40,38 milioni) e CureVac (30,28 milioni). Tuttavia questi vaccini sono ancora in ritardo: per quello di J&J si parla di aprile, per Sanofi della fine del prossimo anno. L’Ue ha avviato un nuovo ordine dei sieri Pfizer e Moderna, ed è un bene. Ma la campagna vaccinale italiana nei primi tre mesi del 2021 si basava principalmente proprio su AstraZeneca: da lì sarebbero dovute arrivare 16,1 milioni di dosi contro le sole 8,7 milioni della Pfizer e le 1,3 milioni di Moderna. Se il via libera dell’Ema ritarderà molto, come pare scontato, allora a ritardare sarà anche l’intero piano vaccinale italiano. La matematica non è un’opinione. “Al di là dell’efficienza logistico-organizzativa del nostro Paese – calcolava nei giorni scorsi il presidente Gimbe, Nino Cartabellotta – senza il via libera dell’Agenzia Europea dei Medicinali ad altri vaccini, AstraZeneca in primis, o l’anticipo improbabile di consegne, potremo vaccinare circa il 5% della popolazione entro marzo e meno del 20% entro giugno”. Troppo pochi.

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Perché il governo ha scommesso sul vaccino “sbagliato”? Qualche indizio lo si trova al capitolo 27 del libro di Speranza. Il ministro ammette che l’Europa a maggio era ancora “ferma al palo” rispetto a Russia, Cina, Usa e Gran Bretagna. Per recuperare i “parecchi passi” indietro, Speranza chiama l’omologo tedesco Jens Spahn. L’obiettivo è “velocizzare le procedure” e magari convincere Bruxelles a giocare collegialmente la partita dei vaccini. Germania e Italia coinvolgono anche Olanda e Francia, sedi di importanti case farmaceutiche (Sanofi e Johnson&Johnson). I quattro ministri firmano quella che viene chiamata “l’Alleanza per il vaccino” impegnandosi a “lavorare insieme per dare un vaccino all’intera Ue”. Dopo aver contattato le principali aziende, Speranza&co. valutano che “quella più avanzata è AstraZeneca” che “al momento sta ottenendo i risultati migliori”. “Sono particolarmente contento – scrive il ministro – perché in questa sperimentazione c’è un bel pezzo d’Italia: l’Università di Oxford lavora infatti con l’Irbm di Pomezia, dove viene prodotto il vettore virale”. E poi l’infialamento sarà “fatto ad Anagni, alla Catalent”. Speranza tra giugno e luglio visita entrambe le aziende, ma evidentemente non fiuta il ritardo che nel frattempo il pool di aziende sta raccogliendo nei confronti dei competitor.

La domanda allora sorge spontanea: AstraZeneca era davvero in vantaggio? Oppure il governo ha preferito puntare su un vaccino “un po’ italiano” a tutti i costi? Nel libro Speranza scrive che, dopo aver firmato il contratto il 12 giugno, raggiunge a Villa Pamphilj gli altri ministri. In quell’occasione spiega “i termini dell’Alleanza per il vaccino e dell’accordo sottoscritto”: “Quando finisco la presentazione – racconta – scatta un applauso spontaneo da parte di tutti i miei colleghi ministri”. L’auspicio, scritto nero su bianco nel volume scomparso, era questo: la “prima quota” di siero AstraZeneca sarà disponibile “entro la fine del 2020”. Sbagliato. Ora quelle fiale si allontanano, lasciando l’Italia con un pugno di mosche in mano, mentre la gran parte delle dosi dei vaccini già disponibili (Moderna e Pfizer) sono ormai stati acquistati da altri Paesi.

L’altro inciampo del ministro della Salute passa invece per Berlino. Nel libro Speranza si loda (e si imbroda) per essere riuscito a convincere la Commissione ad interessarsi della faccenda. Subito dopo l’intesa, i quattro ministri proponenti dell’Alleanza iniziano a ricevere le chiamate dei colleghi che sperano di ottenere una fetta delle dosi. Nessuno vuol rimanere indietro. Germania, Italia, Francia e Olanda decidono allora di rinunciare al patto a quattro per coinvolgere Bruxelles. È soprattutto il governo italiano a volere la Commissione in prima fila, “firmando i contratti e anticipando i fondi necessari”. Il grande accordo prevede che “ogni Paese, per quota, richiederà e pagherà le sue dosi di farmaco”. Dovrebbero essere escluse trattative bilaterali con le aziende per ottenere più fiale di quante previste dalla redistribuzione europea, ma a Natale il fronte compatto si sfalda.

La Germania nei giorni scorsi ha firmato un accordo per ulteriori 30 milioni di dosi extra da Pfizer, 20 milioni da CureVac e 5 Idt Biologika, che andranno ad aggiungersi alla quota di 55,8 milioni unità prevista dalla suddivisione europea, bypassando di fatto gli accordi tra Commissione e case farmaceutiche. Lo stesso sembra voler fare con Moderna. Al di là dell’intervento di Ursula von der Leyen, che ha acquistato alti 300 milioni di dosi, si tratta di uno smacco per gli altri Paesi, che sono rimasti in fila ad attendere le loro fiale. La Commissione ha specificato che “nessuno Stato può negoziare in parallelo” rispetto all’accordo condotto da Bruxelles con le case produttrici, ma la ferità resta aperta. Soprattutto per il ministro Speranza, che della solidarietà europea si era fatto portavoce. Lo aveva anche sbandierato nel suo libro. Salvo poi ritirarlo dal mercato.

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