Il movimento Antifa è “terrorista”?

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La polemica tra il presidente americano Donald Trump e il direttore dell’Fbi, Christopher Wray, per quanto riguarda la definizione degli Antifa non ha soltanto fatto riemergere per l’ennesima volta l’evidente diatriba tra i federali e la Presidenza, in atto oramai da anni e e in particolare in relazione alle indagini-fiasco sul Russiagate, ma ha anche messo in evidenza un aspetto di non poco conto e cioè la difficoltà nel delineare con chiarezza il profilo degli Antifa, aspetto fondamentale per poterne contrastare l’attivismo violento.

Lo scorso 17 settembre Chris Wray aveva dichiarato, durante una testimonianza presso la House Committee on Homeland Security, che gli Antifa sono “un’ideologia e non un’organizzazione”. L’affermazione aveva mandato su tutte le furie il Presidente Donald Trump che aveva replicato con un tweet: “Per me sono un mucchio di anarchici e criminali ben finanziati e protetti in quanto l’Fbi, ispirato da Comey e Muller, non riesce o non vuole individuare le loro fonti di finanziamento e permette loro di farla franca nonostante gli omicidi. Legge e Ordine!”

La settimana successiva il Direttore Wray ha chiarito le proprie dichiarationi spiegando che gli Antifa non sono “fiction”, al contrario, rappresentano una minaccia reale e possono essere considerati un “movimento ideologico” più che un’organizzazione. Egli ha poi aggiunto che gli Antifa sono “tatticamente attivi” a livello locale e regionale operando in gruppi piuttosto che attraverso una struttura gerarchizzata e questo “non riduce il livello di minaccia che è invece preso molto seriamente dall’Fbi”.

Antifa come movimento fluido e privo di struttura

Il primo gruppo Antifa negli Usa veniva fondato nel 2007 a Portland, Oregon, con il nome “The Rose City Antifa” e non è certo un caso che la presenza più cospicua di attivisti ed anche gli episodi di violenza in seguito all’omicidio di George Floyd sono stati segnalati proprio tra Portland e Seattle, area dove il movimento trova particolare seguito. Un report dell’analista australiano Matthew Pratten recentemente pubblicato da “Intelligence Fusion” ha messo chiaramente in evidenza non soltanto le tattiche premeditate degli Antifa, spesso in concerto con attivisti di Black Lives Matter, durante le proteste di Portland e Seattle, ma anche un’approfondita conoscenza del territorio.

Un documento del New Jersey Office of Homeland Security pubblicato il 1° giugno aveva indicato alcuni elementi importanti per quanto riguarda la questione Antifa, tra cui l’assalto messo in atto nel luglio del 2019 dall’attivista Antifa Willem Van Spronsen nei confronti di una struttura per la detenzione degli immigrati clandestini a Tacoma, Washington. Il soggetto in questione aveva prima tentato di dare alle fiamme l’edificio per poi estrarre un fucile e venire ucciso in uno scontro a fuoco con la polizia.

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Un ulteriore elemento di interesse evidenziato dal documento è quanto comunicato dal Dipartimento di Polizia di New York per quanto riguarda la presenza di numerosi attivisti presenti alle manifestazioni tenutesi a New York City in seguito alla morte di George Floyd e provenienti da altri stati come Massachusetts, Connecticut, Pennsylvania, New Jersey, Iowa, Nevada, Maryland, Virginia, Texas e Minnesota. Un aspetto che indicherebbe una mobilità organizzata da parte dei manifestanti Antifa che sarebbero in grado di spostarsi da uno Stato all’altro degli Usa per partecipare a manifestazioni che in molti casi degenerano poi in azioni violente. Il documento avverte poi che per tutto il 2020 gli estremisti anarchici e Antifa continueranno ad attaccare istituzioni governative, la polizia ed esponenti politici non graditi.

Le difficoltà nel definire il movimento come “terrorista”

La violenza scatenata dai manifestanti in numerose città statunitensi in seguito alla morte di George Floyd ha portato il Presidente, Donald Trump, ad annunciare l’inserimento degli Antifa nella black list delle organizzazioni terroristiche. Un provvedimento più difficile di quel che può sembrare, nella sua concreta attuazione, in quanto gli Antifa non sono un’organizzazione vera e propria, con una struttura gerarchica e una catena di comando e controllo. Non a caso il Procuratore Generale William Barr ha successivamente parlato di incriminazioni per “rivolta” in base alla legislazione federale ed anche per “attacchi di stampo criminale e terroristico volti ad intimidire la cittadinanza e influenzare le scelte politiche del Governo”.

In sunto, i provvedimenti dovranno colpire i singoli individui e i gruppi resisi responsabili di violenza proprio a causa di un’assenza di struttura vera e propria degli Antifa e di un comando centrale. Una situazione molto simile a quella dell’Isis in Europa, dove singoli individui e gruppi si attivano spontaneamente in nome del “brand” e colpiscono in suo nome. Una specie di “franchising” della violenza aperto a tutti.

Un focus del Congressional Research Service del giugno 2020 evidenzia come la stessa ideologia Antifa è ampia quanto la galassia di dimostranti che ingloba, includendo attivisti socialisti, comunisti, anarchici, ambientalisti, sostenitori dei diritti Lgtb e di quelli delle popolazioni indigene. Senza una struttura centralizzata e una specifica ideologia di riferimento, diventa veramente difficile riuscire a prendere misure come quelle suggerite dal Presidente Trump perché semplicemente non vi è una struttura di riferimento.

In aggiunta, nel luglio del 2019 il direttore Chris Wray aveva spiegato al Congresso che l’Fbi può indagare sugli episodi di violenza, ma non sull’ideologia (rischio di infrangere il 1° Emendamento), puntualizzando anche che il terrorismo “domestico” non è un reato imputabile a livello federale. Un esempio chiave è quello dell’attentato ad Oklahoma City nel 1995: l’attentatore Tymothy Mc Veigh venne infatti condannato per omicidio, cospirazione e utilizzo di armi di distruzione di massa, ma non per terrorismo. Insomma, oltre che un problema strutturale, vi è anche un problema legislativo interno agli Stati Uniti che sta creando non pochi problemi nella lotta ad eventuali gruppi terroristici interni. Il fenomeno rischia tra l’altro di aggravarsi ulteriormente nei prossimi messi con le elezioni presidenziali visto che una potenziale riconferma del Presidente Donald Trump potrebbe generare ulteriore violenza in un Paese che appare sempre più in preda a divisioni interne e violenza.

il giornale.it

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