Vergogna senza fine: boss mafiosi e detenuti in cella percepivano il reddito di cittadinanza. Disastro 5 Stelle

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Reddito di cittadinanza, la beffa continua. La Gdf stana gli ultimi furbetti: boss e detenuti in cella. Una vergogna che va anche oltre lo sberleffo compiuto da chi rifiuta il lavoro grazie al mantenimento del governo. Ben oltre il lecito insomma. L’intollerabile. Il burlesco. Già, perché si allunga la lista dei beneficiari del sussidio di Stato: ma stavolta l’elenco ha dell’inaccettabile oltre ogni limite. E da Agrigento a Pescara, i casi che continuano ad emergere a macchia di leopardo in tutto il Paese, rivestono il provvedimento di ridicolo e contribuiscono ad esasperare toni e considerazioni legati alla vicenda dell’aiutino beffa.

Reddito di cittadinanza: lo percepivano anche boss e detenuti in cella

Con la scoperta di nuovi furbetti del reddito di cittadinanza in Sicilia e in Abruzzo, la cronaca registra le ultime due truffe autorizzate. Destinatari del sussidio dal centro al sud, boss mafiosi e detenuti. Cominciamo dal primo caso. Il nucleo di Polizia economico finanziaria della Guardia di finanza di Agrigento ha eseguito 11 sequestri di social card a illegittimi percettori del beneficio. In particolare, gli investigatori hanno accertato che gli indagati, tutti con precedenti per reati legati alla criminalità organizzata di tipo mafioso, o colpiti da misure cautelari personali, avevano avanzato e ottenuto, senza averne titolo, istanza per ottenere il reddito di cittadinanza.

Le ultime truffe sul reddito di cittadinanza ad Agrigento e Pescara

Naturalmente l’Inps ha segnalato gli illeciti destinatari del benefit per la revoca dell’erogazione del contributo. Secondo una prima stima il danno per le casse pubbliche già accertato è di circa 300.000 euro. Sono in corso ulteriori indagini per identificare altri illegittimi percettori del reddito di cittadinanza, sia per l’esistenza di condizioni soggettive ostative alla erogazione. Che per l’esistenza di concomitanti rapporti di lavoro in nero. «Al momento gli indagati sono 69 – spiegano gli investigatori – ma le ulteriori indagini delegate, dove dovessero confermare le ipotesi investigative formulate, porterebbero a numero ben maggiore di casi».

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Il sussidio di Stato percepito da boss e detenuti con domande “false”

E da Agrigento all’Abruzzo, il passo investigativo è breve. I Finanzieri del Comando Provinciale di Pescara, nell’ambito di attività finalizzate al controllo della spesa pubblica nazionale, hanno scoperto 14 persone che hanno indebitamente percepito il Reddito di Cittadinanza, per complessivi 95.000 euro. Peccato che fossero boss e detenuti. I quali, nel compilare le domande hanno omesso furbescamente di dichiarare le condizioni per cui avrebbero dovuto essere esclusi dall’accesso al sussidio. Come, per esempio, lo stato di detenzione carceraria. I finanzieri hanno avviato una serie di controlli della posizione di numerose persone ed è emerso che 14 detenuti hanno indebitamente percepito il reddito di cittadinanza in quanto hanno presentato direttamente la domanda per ottenere il beneficio mentre erano in stato di fermo. Ovvero, non hanno comunicato che tra la presentazione della domanda e l’elargizione dei fondi, era intervenuta carcerazione loro. O di familiari conviventi.

Ora bisognerà recuperare il maltolto: oltre 95.000 euro

Tra i detenuti scoperti dalla Guardia di Finanza, i cui nuclei familiari hanno percepito il reddito di cittadinanza, figurano persone sottoposte a misura restrittiva per i reati di traffico di sostanze stupefacenti. Ma anche per reati contro il patrimonio, quali l’usura, l’estorsione ed il furto. Tutte le posizioni illecite fatte emergere dai Finanzieri sono state denunciate alla Procura della Repubblica di Pescara. Oltre ai reati a loro ascritti, infatti, i percettori del Rdc hanno anche rilasciato dichiarazioni false e omesso informazioni dovute in sede di richiesta del Reddito di cittadinanza. E, contestualmente, hanno mentito all’Inps per la revoca e il recupero del beneficio economico in questione. L’importo complessivo delle somme indebitamente elargite dall’istituto di previdenza, di cui si è proposto il recupero, ammonta a 95.616 euro.

Leggi la notizia su Il Secolo  d’Italia

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