Dieci anni senza Francesco Cossiga. A differenza di altri, fu un vero presidente della Repubblica

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«Talvolta ho gridato, ma se ho gridato è perché soltanto temevo di non farmi sentire». Sono le parole di Francesco Cossiga, morto il 17 agosto di dieci anni fa, nel suo messaggio agli italiani, prima di lasciare il Quirinale.

Un presidente unico nella storia della Repubblica, che ha avuto il coraggio di dire cose scomode alla sinistra. Che dalla sinistra è stato combattuto con ogni mezzo. E che ha sempre messo l’interesse degli italiani al di sopra di tutto. Impossibile non rimpiangerlo. E, nei tempi che stiamo vivendo, il rimpianto è ancora più forte.

Francesco Cossiga, da studente prodigio a politico

Francesco Cossiga ha avuto una carriera formidabile. Non solo politica. Maturità a 16 anni, laurea in giurisprudenza a 20 anni. Professore ordinario all’Università di Sassari, a 30 anni. Fate il paragone con uno dei ministri, uno a caso, del governo Conte. La carriera politica è stata conseguente. E altrettanto formidabile. Deputato dal 1958 al 1983, poi senatore; sottosegretario, ministro dell’Interno durante i drammatici giorni del sequestro Moro. Poi, presidente del Consiglio, quindi del Senato. Infine, nel più alto incarico istituzionale, quello di Presidente della Repubblica.

Da presidente notaio a picconatore

Eletto al primo scrutinio con la cifra record di 752 voti su 977. Passò da presidente notaio a picconatore, Cossiga è stato un Capo dello Stato unico nel suo genere nella storia della Repubblica, fuori dagli schemi fino a quel momento conosciuti, diverso dai suoi predecessori e dai suoi successori soprattutto per il modo con cui, specialmente negli ultimi due anni del settennato, ha trattato e affrontato i temi della vita politica e dei partiti. «È vero, io facevo cose un po’ strambe, ma le facevo – raccontò a Claudio Sabelli Fioretti – perché non avevo dietro di me potentati economici, né potentati politici, né potentati culturali. Ero stato abbandonato anche dalla Dc. Per farmi ascoltare dovevo fare follie, dovevo dire cose che avevano la forma della follia».

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Le due presidenze di Franceso Cossiga

La presidenza Cossiga ha avuto dunque due fasi distinte. La prima, contraddistinta da una rigorosa osservanza delle forme dettate dalla Costituzione: Cossiga, essendo tra l’altro docente di diritto costituzionale, fu il classico “presidente notaio” nei primi cinque anni di mandato, dal 1985 al 1990. Poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, Cossiga capì che Dc e Pci avrebbero subito gravi conseguenze dal mutamento radicale del quadro politico internazionale, convinto che i partiti e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Da quel momento iniziò una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria, che portò al Cossiga “grande esternatore” e, negli ultimi due anni al Quirinale, al “picconatore”, un appellativo che non l’avrebbe più abbandonato.

La coraggiosa difesa di Gladio

Il mito del Picconatore nacque anche sull’onda emotiva di due vicende che hanno segnato la vita politica italiana all’inizio degli anni Novanta: Gladio e Tangentopoli. La scoperta dell’organizzazione segreta della Nato, creata per rispondere ad un eventuale attacco portato dall’Unione sovietica, colpì l’opinione pubblica e la classe politica italiana. E Cossiga assunse una posizione che fu all’origine di fortissime polemiche, difendendo i “gladiatori” e sostenendo che essi andavano onorati come i partigiani, perché il loro obiettivo era quello di difendere l’indipendenza e la democrazia in Italia.

“Occhetto, lo zombie coi baffi”

E proprio la vicenda di Gladio costò a Cossiga la richiesta di messa in stato d’accusa da parte della minoranza parlamentare, nel dicembre del 1991. Il Comitato parlamentare, però, ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, come si può leggere negli atti parlamentari, e la Procura di Roma chiese l’archiviazione a favore di Cossiga, richiesta poi accolta dal Tribunale dei ministri. Su Tangentopoli, Cossiga non negò l’esistenza del malaffare, ma nello stesso tempo nel corso degli anni si chiese perché “inchieste da anni dimenticate” fossero “state di colpo lanciate tra i piedi del ceto politico”.

Francesco Cossiga lasciò il Quirinale il 25 aprile

Forse perché, ipotizzò, qualcuno, non solo in Italia, voleva liberarsi di un sistema politico “logoro e dal loro punto di vista ormai inservibile”. Con dieci settimane d’anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il 28 aprile del 1992, Cossiga si dimise dalla Presidenza della Repubblica, per evitare all’inizio dell’undicesima legislatura l’ingorgo istituzionale, legato all’elezione del suo successore e alla nascita del nuovo governo. L’annuncio in un discorso televisivo di 45 minuti, pronunciato simbolicamente il 25 aprile, Festa della Liberazione. Perché Cossiga non faceva niente per caso. Un presidente che, dieci anni dopo, manca ancora di più a tutti noi.

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