Silvia Romano non dia lezioni di libertà

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Parla di “ingiustizie”, Silvia Romano. Parla anche di abusi e soprusi. Ma dimentica alcuni passaggi nel farlo. Se oggi può raccontare la sua verità, che spazia dalla conversione all’islam alla decisione di indossare il velo, può farlo perché vive in una società libera: l’Occidente. Altrove, per esempio in una delle tante teocrazie ispirate alla legge coranica, un’intervista in cui si difendono i valori dell’Occidente non sarebbe affatto possibile. Per questo appaiono ipocriti i moralismi contro le donne, che scoprono il proprio corpo, o i piagnistei sui musulmani perseguitati.

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Nessuno contesta le scelte della Romano, la cooperante rapita in Kenya e tornata, dopo mesi di prigionia, convertita a quella stessa religione in nome della quale i suoi carcerieri ammazzano anime innocenti. Tuttavia le dichiarazioni, raccolte da Davide Piccardo sul sito La Luce, lasciano parecchi dubbi sulla sua onestà intellettuale. Nella lunga intervista Silvia, che ora si fa chiamare Aisha, denuncia più volte le ingiustizie subite dall’islam e i preconcetti che l’Occidente ha nei confronti dei musulmani. Eppure lei, che è “cresciuta in un ambiente multietnico”, nella periferia di Milano, dovrebbe sapere come stanno le cose. Soprattutto quando parla delle donne e della loro libertà. Dovrebbe sapere, per esempio, che per molte ragazzine l’orizzonte è un matrimonio combinato e che, qualora dovessero rifiutarsi, rischierebbe di pagare la propria emancipazione con la vita. Dovrebbe, poi, sapere che le violenze sulle giovani che si atteggiano “all’occidentale” sono all’ordine del giorno e che per molte di loro lo studio e la vita sociale sono del tutto preclusi. In uno studio pubblicato ormai qualche anno fa già si denunciava la “re-islamizzazione della comunità migrante”. Si tratta di una sorta di “forma di difesa dell’identità in un contesto culturale estraneo” che costringe le musulmane alla segregazione in casa. La maggior parte di loro non esce per lavorare, non impara l’italiano e può guardare soltanto programmi nella lingua del marito. Dov’è la libertà di cui tanto parla la Romano?

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In quello studio già si intuiva come la segregazione non solo miri a sottrarre mogli e figlie dagli sguardi di altri uomini, ma anche a impedire che queste di frequentino donne occidentali e vengono quindi considerate “pericolose e corrotte”. Per la Romano “il concetto di libertà è soggettivo e relativo”. Per me non lo è. Secondo Silvia la scelta di indossare il velo islamico ha a che fare con la libertà. Ed è vero. E questa sua scelta va difesa. Ma lo deve fare con la consapevolezza che molte musulmane non hanno la stessa libertà di decidere di non portarlo. Ci sarà sempre un padre, un fratello, un marito che imporranno con la forza quel fazzoletto di stoffa che le copre il viso. Non solo. Deve anche capire che la sua libertà finisce dove inizia quella delle altre ragazze. “C’è qualcosa di molto sbagliato se l’unico ambito di libertà della donna sta nello scoprire il proprio corpo – sentenzia – per me il mio velo è un simbolo di libertà”. Poi conclude: “Per me la libertà è non mercificare, non venire considerata un oggetto sessuale”. E così cade inesorabilmente nell’ideologia radicale che acceca i musulmani.

Un pensiero, poi, sulla conversione. Come ogni moto verso il divino, si entra in una sfera privata, che non può e non deve essere giudicata. Che in una situazione di difficoltà lei si sia avvicinata alla religione, non deve meravigliare. Chiunque lo avrebbe fatto. Che però abbia trovato nel Corano la giustificazione di quello che le stava accadendo, è quantomeno assurdo. “A un certo punto – racconta – ho iniziato a pensare che Dio, attraverso questa esperienza mi stesse mostrando una guida di vita, che ero libera di accettare o meno”. E a quel punto inizia ad aggrapparsi al versetto 70 della surah al Anfal: “O Profeta, di’ ai prigionieri che sono nelle vostre mani: – Se Dio ravvisa un bene nei cuori vostri, vi darà più di quello che vi è stato preso e vi perdonerà -. Dio è perdonatore misericordioso”. Va bene la misericordia. E pure il perdono. Ma è possibile che in tutta l’intervista non abbia trovato il coraggio di condannare i soprusi, le violenze, i sequestri e gli spargimenti di sangue compiuti dai musulmani proprio in nome di Allah?

Infine, la sottomissione. L’islam è “sottomissione, abbandono, consegna totale (di sé a Dio)”. Da qui una domanda scomoda: la sottomissione totale dell’islam a Dio presuppone la libertà o è la sua negazione?

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