Nei conti di Gualtieri 50 miliardi di tasse che potrebbero tornare

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Mancano i numeri. Come era già successo con il Def, il documento di economia e finanza approvato a pandemia già iniziata, nel Programma nazionale di riforma il governo guidato da Giuseppe Conte evita di mettere nero su bianco le principali cifre della contabilità pubblica per i prossimi tre anni.

Ci sono misure, comprese alcune di dettaglio difficli da considerare una risposta alla crisi da pandemia, come i 500 euro di contributo per le connessioni internet per chi ha un Isee sotto i 20 mila euro e di 200 per chi è sopra tale soglia.

«Il quadro generale sarà più chiaro a settembre», ammettevano nei giorni scorsi esponenti della maggioranza. Il governo considera il Pnr come una prima risposta alle raccomandazioni Paese, non il biglietto di ingresso al recovery plan.

Dai conti manca in effetti l’impatto degli aiuti europei e, soprattutto, non è stata presa nessuna decisione sul Mes, Meccanismo europeo di stabilità. L’accesso ai 37 miliardi di euro per le spese sanitarie nell’ambito della nuova linea di prestito del Salva stati farebbe risparmiare allo stato tra 400 e 600 milioni all’anno di interessi, senza contare il calo dei rendimenti che comporta la stessa adesione al meccanismo. Come è successo a Cipro, il cui bond decennale è sceso sotto il punto percentuale, quando il governo ha annunciato l’adesione al Mes, contro l’1,3% del Btp italiano. «Mancano poi del tutto le stime sull’andamento del deficit e del debito pubblico, anche perché manca qualsiasi stima dei costi delle azioni di riforma scritte dal governo», ha osservato Renato Brunetta, responsabile economia di Forza Italia.

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Di certo c’è che il bilancio dello Stato per il triennio 2020/2022, prevede un aumento esponenziale delle entrate: dai 578 miliardi del 2019 ai 584 del 2020, fino ai 627 del 2022. Un aumento delle entrate di quasi 50 miliardi scomparso dai radar, ma non perché non sia più in agenda.

Aumento incompatibile con i dati sulle entrate fiscali post pandemia che iniziano ad arrivare: tra gennaio e maggio le entrate tributarie erariali accertate in base al criterio della competenza giuridica ammontano a 149,7 miliardi di euro, segnando una riduzione di 15,3 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2019. Il 9,3% in meno.

Pesano i rinvii dei versamenti, ma anche il calo dell’Iva, che dà un’idea dei consumi: meno 7,46 milioni di euro, in calo del 35,4%.

Ci sono le differenze tra il gettito delle ritenute Irpef sui redditi dei lavoratori privati e quello dei pubblici, a dare un’idea di come la crisi abbia colpito in modo diverso. Più 2,8% le imposte sui redditi degli statali, -26% quelle sui redditi dei dipendenti di aziende private e -21,3% sugli autonomi, ha osservato Enrico Zanetti, commercialista ed ex viceministro all’Economia.

Le misure sul fisco si annunciano insomma come quelle più impegnative. Nel Pnr si lascia aperta la strada a interventi non indolore. Una «riforma della tassazione diretta e indiretta». Una «razionalizzazione delle spese fiscali».

Quei 50 miliardi di entrate fiscali fino al 2022, per il 2020 saranno trasformati in deficit, ma sono destinati a tornare quando, forse dal 2021 come auspica Valdis Dombrovskis, torneranno in vigore le regole del Patto di Stabilità. Magari portandosi dietro gli aumenti dell’Iva.

il giornale.it

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