Fine emergenza Covid? Riparte la mangiatoia sulla pelle dei migranti

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La corsa allo smantellamento dei Decreti sicurezza è ai blocchi di partenza. Ong, enti benefici e onlus fremono con l’avvicinarsi del 31 luglio prossimo quando, con la fine probabile dello stato di emergenza, riaprirà in piena regola la stagione degli sbarchi e altrettanto, quella delle ripartizioni nei diversi centri d’accoglienza in tutta la Penisola.

Giusto ieri, a Pozzallo, è sbarcata una nave della Mediterranea Saving Humans, carica di 67 migranti. L’esercito dei cooperanti con il governo giallorosso è diventato sempre più forte fino a una posizione di netto rilievo. E oggi, grazie all’assist del Fondo monetario internazionale (Fmi) secondo il quale «i migranti aumentano la produzione e la produttività sia a breve che a medio termine. In particolare, l’aumento di 1 punto percentuale nell’afflusso di immigrati rispetto all’occupazione totale aumenta il Pil di quasi l’1% entro cinque anni dal loro ingresso», hanno una sponda in più per rivendicare la riapertura degli Sprar, i servizi per i richiedenti asilo chiusi con il primo capitolo dei decreti targati Salvini.

Già, peccato però che la correlazione promossa dal Fmi tra incremento di immigrati e incremento indotto di Pil per l’Italia non valga: dal 2015 al 2019 il Pil reale è passato da percentuali di 0,93 a 0,3 con un picco, nel 2017 di 1,6 che poi è subito naufragato. Certo tra il 2016 e il 2017 è stato il periodo in cui le risorse dell’erario hanno ammortizzato esageratamente l’ingresso forsennato degli stranieri (oltre 280 mila i nuovi ingressi) con il risultato evidente dell’arricchimento delle realtà cooperative ai danni dell’impoverimento indubbio del Paese reale.

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È ovvio allora che i benefattori degli stranieri premano sul governo per riaprire i flussi consentendo ai richiedenti asilo inseriti nei programmi di integrazione sociale e lavorativa anche di essere regolarizzati e quindi accedere a permessi di soggiorno prolungati. Altrettanto ovvia la volontà del governo giallorosso di farsi carico di questo impegno per elargire laute mance ai comuni che ospiteranno i nuovi richiedenti asilo.

Gli ultimi decreti per l’ospitalità localizzata firmati tra il 2017 e il 2018 dal ministro dell’Interno Marco Minniti stabilivano ben 700 euro a immigrato e qualche milioncino a comune per i progetti di integrazione. Un modo facile per accaparrarsi l’elettorato foraggiando piccole coop e consorzi di cooperazione su tutto il territorio. Senza contare che queste realtà stando alle valutazioni del Fmi saranno sempre più tirate in ballo, se permarrà il governo giallorosso, perché «la popolazione nei mercati emergenti e nelle economie in via di sviluppo dell’Africa sub-sahariana continuerà a crescere nei prossimi 30 anni, le pressioni migratorie verso le economie avanzate probabilmente aumenteranno, pur mantenendosi costanti intorno al 3% della popolazione globale».

Il risultato ovviamente è legato al boom demografico nell’Africa centrale dove la popolazione dovrebbe crescere di 1 miliardo tra il 2020 e il 2050. E sempre sulla base delle considerazioni del Fmi la ripartizione produrrà l’ingresso in Europa di 31 milioni di nuovi immigrati. Numeri da capogiro, se pensiamo che l’Italia è sistematicamente uno dei primi approdi, ma che fanno gola alle realtà cooperativistiche sovvenzionate dai vigorosi aiuti dell’erario pubblico.

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