Bonus, gli aiuti ci sono ma soltanto per le biciclette: non ci resta che pedalare

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Non ci resta che pedalare, infelici e malgovernati da una classe dirigente ottenebrata dalla pandemia sanitaria e dalla crisi economica. Con il Pil sottoterra e la produzione industriale a -33,8 per cento, i giallorossi si sono inventati un bonus di Stato da 120 milioni di euro, convinti che l’Italia sia un’immensa Pianura Padana abitata dagli sfaccendati dei centri storici e non invece una nazione collinare e montuosa (per il 76,8% del territorio), costellata di saliscendi metropolitani, distretti industriali e manifatture, i cui abitanti impoveriti sono finiti in un incubo chiamato “mobilità sostenibile”. E cioè una bici o un monopattino e via a sculettare senza fretta come in una canzone spensierata di Riccardo Cocciante. La follia, appunto. E funziona così, a scorrere il decreto rilancio ancora privo di regolamento attuativo: i maggiorenni che hanno la residenza nei capoluoghi di Regione o di Provincia, nei Comuni con più 50.000 abitanti e in quelli delle Città metropolitane, previa consegna di apposita fattura, saranno rimborsati fino al 60 per cento (con un tetto fissato a 500 euro) per l’acquisto di due ruote avvenuto dal 4 maggio in poi, in attesa che arrivi l’ennesima applicazione da scaricare per ottenere lo sconto diretto da parte del rivenditore sulla base di un buono digitale. E qui già saremmo nel pieno della surrealtà, se non fosse che c’è di peggio: la paghetta pubblica per sostituire l’auto con il pedalò potrà essere riscossa online “dal sessantesimo giorno di pubblicazione in Gazzetta ufficiale del decreto ministeriale attuativo”, mettendosi ordinatamente in fila su una piattaforma digitale e “fino a esaurimento dei fondi stanziati a copertura”. Insomma arriverà un altro tragicomico clic-day, un’altra riffa feroce come quella che ha mandato in tilt il sito dell’Inps chiamato a erogare i 600 euro per le Partite Iva, con il rischio di arrivare in ritardo e rimanere a bocca asciutta. Un capolavoro d’insipienza se si considera che soltanto nell’ultimo mese, secondo i dati dell’Associazione nazionale ciclo motociclo accessori di Confindustria, in tutta Italia sono state vendute dalle 500 alle 600 mila biciclette. Se la questione di metodo rasenta il ridicolo, permeata com’ è di approssimazione e incertezze, la scelta del governo induce anche a un poco sereno giudizio di merito sulla cultura sottostante a certi provvedimenti emergenziali che nulla hanno a che vedere con la più o meno necessaria transizione tecnologica green e vanno piuttosto nella direzione del fanatismo regressivo pentastellato. Perché l’attuale maggioranza crede di poter risollevare l’economia nazionale ricoprendoci d’infantili monopattini e trasformandoci tutti in ereditieri della Ztl che marciano a una velocità non superiore a 25 Km/h? C’è davvero da domandarsi che tipo di società abbia in testa la sinistra italiana che fu sviluppista e pianificatrice, industrialista e operaia, e che oggi si getta nel un voluttuoso abbraccio con l’allucinazione grillina di una smart city globale. Passi per il godimento procurato al ministro dell’Ambiente, che ha nelle emissioni controllate la sua ragione di vita, ma l’esperta sua collega alle Infrastrutture, Paola De Micheli, sul serio pensa che le periferie metropolitane siano come la sua deliziosa Piacenza: tutte solcate da dolci cardi e decumani pianeggianti? E il resto del Partito democratico? Al Nazareno si sono forse rassegnati all’idea che gli italiani possano deambulare sulle due ruote come dormigliosi residenti trasteverini, come quieti professori o studenti universitari abbigliati in lino o velluto a seconda delle mezze stagioni… Ma la faccenda è comunque più seria degli stereotipi ai quali si può far ricorso per rappresentarla.

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Se i Cinque stelle hanno in animo di cinesizzare la nostra vita fin nei suoi aspetti pittoreschi, e perciò favoleggiano del modello pechinese in cui domina il servizio di bike sharing più grande al mondo, gli ex comunisti tricolori dovrebbero rammentare che la “loro” Cina, quella di Mao e delle Guardie rosse, mise in scena il suo “Grande Balzo in Avanti” attraverso una meticolosa riorganizzazione delle strutture produttive agricole e industriali grazie a investimenti pubblici poderosi e mirati. E invece quelli che furono i custodi delle magnifiche sorti e progressive si sono involuti al punto tale da dimenticare i fondamentali della macroeconomia, rifugiandosi nel sottosviluppo strapaesano con reddito di povertà permanente. Se l’ex Impero celeste è divenuto l’incubo che conosciamo, combinando capitalismo di Stato e repressione totalitaria, i macilenti giallorossi che occupano il Palazzo del potere si stanno candidando a esserne un’improvvida controfigura salottiera e fanciullesca. Nel pieno di una crisi epocale, invece dei piani quinquennali ci somministrano crediti d’imposta farlocchi e due ruote di Stato da conquistarci alla lotteria digitale. Che è un po’ come promettere un sincero banchetto agli affamati e poi servire l’apericena a base di olive e stuzzichini al manipolo dei primi fortunati.

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