Questo Parlamento è un coacervo di maramaldi

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Roma, 20 mag – I camerieri del potere, quelli che si erano presentati come sconquassatori del sistema, si sono piegati anche oggi alla logica cialtrona di una resistenza patinata costi quel che costi, decidendo di preferire al buon gusto e alla decenza il piccolo e meschino calcolo politico. Grossomodo è ciò che è accaduto questa mattina nel Senato della Repubblica dove il Renzi ha garantito il proprio appoggio al governo votando per la fiducia al ministro della Giustizia Bonafede. Un altro portento che, trovatosi lì per sbaglio, adesso ringhia in faccia a chiunque gli faccia notare che la lotteria della politica, una volta vinta, non trasforma un uomo qualunque in statista.

La borghesia del monopattino e della Ztl

E questo lui lo sa, e lo sa anche il suo partito movimentista divenuto perno del sistema di potere italiano in affanno per scongiurare il ritorno a quello che è il normale esercizio in ogni democrazia compiuta: sentire il popolo. Che loro, ossia anche il Pd, chiamano volgo per certa presunzione cialtrona che li contraddistingue ormai da decenni. Sono i liberal del mondo moderno, il ceto Ztl che promuove il monopattino e la bici elettrica, cosicché tutti possano sfracellarsi contro la dura realtà ma quantomeno da ominicchi ecoresponsabili. Il Renzi si conferma ancora una volta parte di questa commediola melodrammatica di quart’ordine, un romanzo d’appendice scritto sulla pelle di una nazione che ambirebbe a definirsi democratica nel vero senso del termine, ossia detentrice di sovranità. Una sovranità di cui lorsignori vogliono spogliarci perché è nel loro dna storico l’istinto mordace alla prevaricazione, che si tratti di Berlusconi, di Salvini o di una nazione che pervicacemente continua a sbattergli in faccia il proprio sdegno.

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L’insipienza di Italia Viva

Due sono le cose: o Matteo Renzi crede davvero nella politica dissoluta del ministro Bonafede ma mente spudoratamente per accaparrarsi qualche decimale di preferenze, e allora dovrebbe schierarsi apertamente coi suoi compagni di viaggio, oppure non ci crede affatto ma persiste nel tenere il paese in ostaggio (in cambio magari una poltroncina per la Boschi) dell’insipienza del suo partito, e allora dovrebbe andare a casa ad occuparsi del prossimo congresso di Italia Viva. Stare lì col mugugno, imbronciato e indignato in prima serata, è un peccato di gusto imperdonabile, oltreché una mossa politica insopportabile soprattutto in un contesto di crisi di nervi come l’attuale. Renzi non è un garantista, non è un giustizialista, non è di destra ma si smarca dalla sinistra. Ciò che lui vuol fare, e che taluni pagliacci gli hanno permesso di fare, è di porsi come ago della bilancia grazie a un manipolo di parlamentari che godono nel tenere sul filo del rasoio il governo italiano.

Gli ignobili ricatti

Non che a noi stia simpatico l’esecutivo in essere, ma o lo si fa campare o lo si fa cadere, alternative sensate non ve ne sono. Epperò emerge in tutta la sua drammaticità il limite mentale di personaggi come lui e come quelli che egli si trascina dietro: l’incapacità di accettare di non essere maggioranza, di essere financo detestati, di risultare in definitiva in fondo alla classifica. Per la loro ideologia megalomane, ciò è insostenibile, e dunque si arrangicchiano come possono per salvare il Bonafede di turno dribblando la resa dei conti. Siamo difronte ai peggiori sebbene al peggio non vi sia fine.

Forse non è chiaro che questo è il loro gioco, la loro piccola e infima battaglia interna, coacervo di ignobili ricatti, un atteggiamento da maramaldi che ritengono d’essere intoccabili. E forse non è altrettanto chiaro che la resa dei conti, tira tira, potrebbe non avvenire nelle urne tramite elezioni politiche, ma per le strade di una nazione allo sbando i cui timonieri hanno cessato da tempo d’avere il polso della situazione. In una crisi epocale come l’attuale, dove la povertà va di pari passo con l’esasperazione, queste manovre contromano sono l’innesco perfetto per far detonare il paese. È possibile che dopo stamattina, la corda si sia definitivamente spezzata.

Lorenzo Zuppini

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