Covid, l’Ue cofinanzia i voli di rimpatrio. Ma solo uno riguarda l’Italia

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Era 27 marzo quando a Commissione Europea proponeva di utilizzare 75 milioni di euro del budget Ue per aiutare gli Stati Membri a riportare a casa i cittadini che, nel mezzo dell’emergenza coronavirus, si trovavano in un Paese terzo.

Una lunga serie di voli di rimpatrio, coordinati dal meccanismo di Protezione civile dell’Unione e cofinanziati dall’Ue fino al 75% del costo totale. Un’occasione che la Germania non s’è fatta sfuggire, mentre l’Italia – chissà perché – ne ha goduto solo parzialmente.

Con questo sistema sono tornate nel Vecchio Continente oltre 58.800 persone. Secondo il rapporto sui voli di rimpatrio, le capitali più attive sono state Berlino, Parigi, Madrid e Bruxelles. Se l’Italia ha riportato nel Belpaese col meccanismo europeo solo 1.010 persone, la Francia è oltre quota 5mila, la Spagna 3.4018 e il Belgio 2.464. Meglio di tutte ha fatto la Germania, che ha caricato oltre 30mila concittadini da tutte le parti del mondo. Il primo febbraio ha organizzato un volo da Wuhan, epicentro dell’epidemia. Poi da Manila, Punta Cana, Bogota, Cancun e via dicendo. Il meccanismo prevede che, in base al principio di solidarietà, a bordo salgano anche cittadini di altri Stati Membri. C’erano italiani sul volo da Buenos Aires, Banjul, Amman, Accra, eccetera. Su 237 voli complessivi organizzati dall’Unione europea, solo uno ha interessato l’Italia: si tratta di un aereo proveniente da Tokyo il 21 febbraio, con a bordo 19 italiani, 17 cittadini europei e 1 persona senza passaporto Ue. Poi più niente. A conti fatti, con i soldi europei è tornato in Patria 1 italiano ogni 30 tedeschi. Non tantissimi.

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E pensare che nei primi giorni dell’epidemia, dopo aver sospeso i voli dalla Cina, la Farnesina si era attivata per costituire un’unità operativa speciale – sotto il coordinamento dell’Unità di crisi – con i Ministeri della Salute, della Difesa, delle Infrastrutture e con l’Enac per “agevolare tutte le procedure relative agli italiani all’estero”. Aerei di rientro sono stati organizzati da Wuhan, come il volo da cui fu escluso Niccolò, il ragazzo con la febbre costretto a restare in Cina. Poi il 9 febbraio l’Aeronautica Militare è decollata da Brize Norton, in Inghilterra, con altri otto concittadini di rientro dalla provincia dell’Hubei. E sul sito della Presidenza del Consiglio si legge anche di un aereo militare atterrato in Giappone il 19 febbraio per caricare gli italiani che si trovavano a bordo della nave da crociera Diamond Princess, il primo focolaio galleggiante del mondo. “Da quando è iniziata la crisi legata al covid-19 fino al 4 marzo – spiega Palazzo Chigi – grazie alla collaborazione delle compagnie aeree, con particolare riferimento ad Alitalia, Neos, Blue Panorama e AirDolimiti, il Ministero degli esteri e della cooperazione internazionale ha organizzato circa 260 tra voli in deroga alla programmazione ordinaria o altri tipi di collegamenti, 19 collegamenti via mare e 6 collegamenti via terra, che hanno permesso di riportare a casa e in sicurezza più di 45 mila connazionali da 60 Paesi”. Solo uno, però, è stato cofinanziato dall’Ue.

Per capire perché, l’ex ministro agli Affari Europei, Lorenzo Fontana, ha presentato un’interrogazione al ministro Luigi Di Maio. “I numeri evidenziano molto chiaramente criticità nella predisposizione delle domande per i rimpatri e, come confermano nostre fonti diplomatiche, anche la scarsa efficacia del coordinamento europeo sull’emergenza – dice al Giornale.it il leghista – Poiché ancora tanti nostri connazionali sono all’estero, chiediamo che si utilizzi di più e meglio il meccanismo europeo di protezione civile. Non può esistere solidarietà europea di serie A e di serie B”.

il giornale.it

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