Covid uccide ma nessuno lo sa. È raddoppiato il numero di morti

“Ho il terrore che fuori da qui non si stia capendo cosa ci succede. Qui si muore come mosche. È chiaro?”. Sara Agostinelli lo aveva capito già da metà marzo, un po’ come tutti i bergamaschi.

Se fuori dalla finestra “le sirene non si fermano mai”, se al “112 non riescono a risponderti”, se “il cimitero della città non riesce a smaltire i corpi” allora vuol dire che qualcosa non va. “Decine di morti al giorno. Decine e decine”, aveva scritto nella sua bottiglia consegnata al mare di Facebook. Era troppo presto, ancora, perché i numeri confermassero quel che i cittadini delle province più colpite stavano provando sulla loro pelle, ovvero che i dati “ufficiali” dei morti per Covid-19 sembrano essere troppo lontani dalla realtà.

Qualcuno l’ha chiamata la “strage sommersa”. Altri la strage silenziosa. I primi dubbi sorgono a metà marzo ai sindaci dei Comuni più colpiti che vedono soccombere in meno di un mese molti più concittadini dell’anno precedente. Claudio Cencelli, sindaco di Nembro, cittadina focolaio nella Bergamasca, elabora allora un grafico grazie alle sue competenze da fisico. Il confronto tra la media dei deceduti negli ultimi 4 anni (2015-2019) e i morti registrati nel 2020 mostra un risultato sconcertante: “Il numero vero è almeno 4 volte quello ufficiale”, assicura. Gli uffici comunali al 25 marzo avevano registrato 158 decessi, 123 in più della media e soprattutto molti più di quelli ufficialmente attribuiti al coronavirus.

Come Nembro, tanti altri Comuni denunciano che i decessi che ogni giorno la Protezione Civile comunica sono in realtà solo la punta di un enorme iceberg. Per Giorgio Gori a Bergamo “i morti sono tre volte quelli ufficiali”. A San Pellegrino Terme solo a marzo sono scomparse 45 persone, di cui 11 di coronavirus. L’anno prima erano state solo due. Sulla stessa barca ci sono Codogno, Gravedona, Dongo. E poi Scanzorosciate, San Giovanni Bianco, Castellone. Anche Albino piange: “Lo scorso anno, dal 23 febbraio al 27 marzo erano morte 24 persone, quest’anno sono 145 – spiega il sindaco Fabio Terzi – tra i deceduti, quelli con coronavirus ‘certificati’’ sono 30. È chiaro che i conti non tornano”. Ecco, i conti. Da una parte il freddo bollettino della Protezione Civile, dall’altra la carovana di camion dell’Esercito che trasporta sfilze di bare. Il dubbio si insinua. Molti se lo chiedono: ma quanti saranno davvero i morti per colpa del Covid? A provare a fare una stima sulla Bergamasca ci hanno pensato l’Eco di Bergamo e l’istituto di ricerca InTwig, secondo cui la scia di sangue lasciata dal virus in provincia nel solo mese di marzo è di almeno 4.500 morti. Più del doppio dei 2.060 censiti da Angelo Borrelli.

Questo macabro calcolo coinvolge soprattutto la Lombardia, certo. Ma non solo. A ufficializzare la discrepanza tra il 2019 e il 2020 ci ha pensato infatti l’Istat, confrontando i decessi totali nei primi 21 giorni di marzo su oltre mille Comuni italiani. È la fotografia statistica di una tragedia, con incrementi che arrivano fino a punte del 2.600% (Pandino, in provincia di Cremona). A Bergamo dai 101 morti dell’anno scorso si è passati a 398 (+294%), eppure solo 201 sono “ufficiali” Covid-19. A Piacenza hanno contato 204 cadaveri in più del 2019 (+272%). Le ex zone rosse sono ovviamente quelle dove le discrepanze sono più evidenti. A Nembro l’incremento rispetto all’anno scorso è stato del 1000%, da 11 a 121 morti. Poi ci sono Codogno +480%, San Pellegrino Terme +1.300 e Alzano +938%. Una ecatombe. Negli oltre mille Comuni di tutta Italia considerati nella rilevazione, l’Istat registra 16.216 dipartite nel marzo di quest’anno. L’anno scorso erano state appena 8.054, per un incremento del 101%. Cioè il doppio. E i dati fin qui registrati dalla Protezione Civile non sembrano bastare per giustificare un’esplosione simile.

La domanda che molti si pongono è: perché così tanta differenza tra i decessi certificati “Covid” nella Bergamasca e la realtà dei fatti? “È estremamente ragionevole pensare che queste morti in eccesso siano in larga parte persone anziane o fragili che muoiono a casa o in strutture residenziali, senza essere ricoverate in ospedale e senza essere sottoposte a tampone per verificare che fossero effettivamente infettate con il Covid-19”, ipotizzava il sindaco Cencelli. A Mediglia, nel Milanese, in meno di 30 giorni i 150 ospiti di una struttura per anziani sono diventati la metà. Il virus ne ha portate via 65, una dietro l’altra. La strage silenziosa degli “innocenti” è stata denunciata anche dal Forum del Terzo Settore e da chi si occupa delle Rsa per anziani. “Muoiono nelle case o nei servizi residenziali, senza poter avere accesso a tutte le cure a cui vengono invece sottoposte le persone che riescono ad essere ricoverate- scrive l’Uneba – Sono persone che muoiono nel silenzio: spesso non rientrano neanche nel conteggio dei ‘decessi per Covid19’ perché a loro è stato negato anche il diritto alla diagnosi”. In provincia di Bergamo l’Uneba ha denunciato 600 decessi su 6.400 posti letto occupati nelle Rsa. E per Valeria Negrini, presidentessa di Confcooperative – Federsolidarietà Lombardia, su 60mila anziani nelle strutture lombarde alla fine dell’epidemia si rischia di perderne “almeno il 10%. Cioè seimila nonni. “I campanili dei paesi non suonano più le campane a morto”, diceva Sara con dolore, “perché altrimenti lo farebbero ininterrottamente”.

il giornale.it

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