La guerra fredda del virus: l’Italia è il nuovo campo di battaglia

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Ospedali che rischiano il collasso, misure draconiane per limitare il contagio, una crisi sociale oltre che economica. Ma il coronavirus non è solo questo: è anche un tema di ordine politico. Il sistema internazionale sta affrontando non soltanto una sfida per il contenimento del contagio, ma anche una guerra che vede contrapposti due mondi. E nella logica del virus, rientra anche la nuova guerra fredda esplosa tra Cina e Stati Uniti.

L’Italia è un vero e proprio laboratorio di guerra. Il Paese che più di tutti era sembrato tentennante sul fronte della Via della Seta, si trova ora a gestire un’epidemia estremamente virulenta partita dalle terre dello Hubei e che ha sconvolto la vita di milioni di italiani. E la Cina, che in un primo momento è apparsa come colpevole e poi come prima vittima del Covid-19, ora ha rovesciato la narrativa diventando la potenza in grado di aiutare chiunque voglia fermare il contagio. Partendo proprio dall’Italia, che secondo gli strateghi di Pechino avrebbe dovuto essere la grande porta dell’Oriente in Europa insieme alla Grecia e ad altri Paesi coinvolti nel mega progetto geopolitico cinese.

Questo cambio di passo da parte di Pechino, che ha coinvolto direttamente l’Italia, chiaramente ha due tipi di conseguenze. Da una parte l’aiuto, reale, per quanto riguarda presidi ospedalieri e know how in termini di lotta al virus. Dall’altra parte, e questo è altrettanto evidente, la beneficenza non esiste in nessuna parte del mondo. E questo vale anche per Pechino, che ha colto prima di chiunque altro la prospettiva di trasformarsi in una potenza benefica nei confronti dei Paesi in difficoltà.

Il nostro governo non ha mai negato un approccio estremamente aperto nei confronti del Dragone. Un tema che non è mai stato accolto con favore da parte degli Stati Uniti, che più volte hanno ricordato a Roma come l’appartenenza al blocco atlantico dovesse essere garantita anche da precise scelte in ambito internazionale. A partire dal 5G, su cui Pechino ha da tempo messo gli occhi attraverso Huawei e su cui invece Donald Trump e la sua amministrazione hanno detto chiaramente di non sentire ragioni.

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Il problema è che il nodo 5G sembra adesso rientrare dalla finestra proprio grazie al coronavirus. Nel decreto “Cura Italia”, con cui il governo giallorosso ha messo in campo una serie di misure (più o meno criticabili) sul contenimento del virus, ci sono anche cinque articoli che hanno fatto scattare l’allarme. Come spiegato ieri sul Corriere della Sera, la trasformazione “digitale” della pubblica amministrazione e le gare al massimo ribasso previste dalle norme scritte dal ministro per l’Innovazione, la pentastellata Pisano, sembrano aver aperto uno spiraglio per l’ingresso dei cinesi nelle infrastrutture digitali italiane. Un pericolo su cui è stato chiaro anche il ministro della Difesa Lorenzo Guerini che sembra abbia già contattato Giuseppe Conte per esprimere le proprie critiche nei confronti della normativa. Critiche che sono sicuramente condivise anche dal Copasir presieduto da Raffaele Volpi.

Trump e Nato non hanno dubbi sul fatto che la Cina non debba entrare nella rete europea con il rischio che i dati dei cittadini siano gestiti da aziende che avrebbero troppi legami con il governo di Pechino. E questa pandemia da coronavirus rischia di essere il grimaldello per riequilibrare una sfida che la Cina sembrava aver perso.

L’Italia, che in questo momento sembra essere decisamente in balia degli eventi, si trova ora a dover gestire non soltanto una crisi sanitaria e economica, ma anche politica. Il governo giallorosso era già stato avvertito e messo sotto osservazione. I rapporti fin troppo stretti con la Cina, specialmente in sede grillina ma anche con alcuni alti esponenti del Pd, non piacciono dall’altra parte dell’Atlantico. Ma sembra che a Roma siano abbastanza sordi alle avvertenze di Washington e ben più attenti alle sirene asiatiche. E questo rischia di essere un problema. perché Trump e i suoi Stati Uniti non sembrano particolarmente inclini al dialogo quando si tratta di scelte di campo.

Quello che sta avvenendo in Italia è qualcosa di molto più profondo di quanto si possa credere. Gli “aiuti” cinesi, le donazioni delle comunità asiatiche agli ospedali, l’arrivo dei primi interventi anche da parte americana (in particolare attraverso la Us Charitable Trust e la Samaritan’s Purse) sono tutte mosse politiche, prima ancora che umanitarie. E il nostro Paese è il vero e proprio campo di battaglia. La Cina si è aperta un varco senza precedenti, gli Stati Uniti sono in fase di recupero, l’Europa arranca e si trincera dietro i suoi muri interni e esterni. Roma adesso, ancora una volta, si trova al centro del mondo: ma l’impressione è che non sia in grado di decidere e non abbia perfettamente colto il rischio delle sue scelte.

il giornale.it

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