L’ex magistrato contro la Sea Watch: “Bisogna trattarla come pirati”

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Tiene ancora banco la vicenda della nave Sea Watch 3, attualmente ancorata a largo di Siracusa e per la quale al momento non c’è il via libera allo sbarco da parte del governo italiano.

Una posizione, quella del nostro esecutivo, voluta fortemente dal ministro degli interni Matteo Salvini, secondo cui i 47 migranti a bordo non possono scendere nel nostro paese.

Una linea che lo stesso leader della Lega ribadisce nelle scorse ore, ai microfoni di Rtl 102.5: “A bordo non ci sono donne e bambini – afferma Salvini – Per me salvare vite umane vuol dire bloccare le partenze”.

Una dichiarazione, quella del titolare del Viminale, che arriva all’indomani della visita di tre deputati e del sindaco di Siracusa a bordo della Sea Watch. Un blitz, quello di Stefania Prestigiacomo di Forza Italia, Nicola Fratoianni di Leu e Riccardo Magi di +Europa, volto a sensibilizzare l’esecutivo sulla possibilità di far sbarcare i migranti in Sicilia. Ma nello scontro tra chi vuole l’approdo della nave in un porto italiano e chi invece sostiene la linea di governo, si fa avanti anche il confronto circa le basi giuridiche che stanno alla base delle rispettive posizioni intraprese.

E se tra chi è contro le azioni di Salvini attualmente si fa riferimento all’inchiesta portata avanti dal tribunale dei ministri di Catania, che riguarda il caso della nave Diciotti dello scorso agosto, tra chi invece è a favore delle recenti decisioni del ministro dell’interno c’è chi sostiene come, di fatto, la Sea Watch per diversi motivi di natura legale non può portare i suoi 47 migranti in Italia.

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In primo luogo, come già affermato da Salvini nello scorso fine settimana, il ministero dell’interno avrebbe le prove di un’irregolarità compiuta dalla stessa Sea Watch: l’imbarcazione, in particolare, dopo il salvataggio dei 47 migranti, invece di fare rotta verso la Tunisia avrebbe appositamente virato verso Lampedusa. Il porto della più grande delle Pelagie, in quel momento è più lontano rispetto alle coste tunisine e dunque l’equipaggio non avrebbe rispettato la norma del diritto marittimo internazionale che prevede di puntare verso l’area portuale più prossima al punto del salvataggio.

In secondo luogo, aumenta il fronte di chi afferma che il problema dei 47 migranti a bordo sia dei Paesi Bassi e non dell’Italia. Tra questi ad esempio, vi è l’esperto di diritto internazionale Augusto Sinagra, già professore ordinario di diritto dell’Ue presso l’università La Sapienza di Roma: “L’ imbarcazione batte bandiera olandese e deve scaricare i migranti a casa sua, nei Paesi Bassi. A meno che non stia sbandierando illegalmente quel vessillo”, afferma Sinagra intervistato su La Verità.

“La nave è una “proiezione mobile” dello Stato di riferimento – continua Sinagra – La bandiera non è un elemento folkloristico, in base al diritto internazionale la nave è considerata territorio dello Stato nel cui registro navale è iscritta”.

In poche parole, i migranti soccorsi dalla Sea Watch sarebbero saliti in territorio olandese ed è nei Paesi Bassi dunque che dovrebbero andare o, quanto meno, è ad Amsterdam che risiederebbe il nocciolo centrale del problema. L’Italia, sempre secondo Sinagra, non è tenuta a far sbarcare i 47 migranti della Sea Watch. Ed è proprio quest’ultimo elemento a dare maggior “conforto giuridico” a chi sostiene le posizioni del titolare dell’interno.

La linea del Viminale dovrebbe seguire anche nelle prossime ore questo preciso orientamento: impedire lo sbarco per evitare, in primo luogo, altri precedenti e costringere gli Stati di appartenenza delle navi alle proprie responsabilità. E forse, se non soprattutto, in secondo luogo vi è l’obiettivo di scoraggiare altre Ong dal campiere rotte nel Mediterraneo che, direttamente od indirettamente, foraggiano le attività criminali delle milizie in grado da anni di gestire in Libia la criminale tratta di esseri umani.

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