In Emilia la rivolta dei rifiuti: “Per il Pd è discarica d’Italia”

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Stefano Bonaccini il verde l’ha scelto come colore simbolo della sua difficile campagna elettorale. A chi lo leggeva come un modo per separare la sue sorti da quelle di un Pd in affanno, il governatore ha assicurato che si tratta di un “verde sostenibile, per l’ambiente”.

Non ci sarebbe nulla di strano, visto l’impegno assunto per la lotta al cambiamento climatico di fronte ai discepoli di Greta Thumberg. Ma mentre il governatore coltiva l’ambizione di mettere la Regione “alla testa del Paese nella lotta al cambiamento climatico”, l’opposizione si scaglia contro un “Bonaccini ambientalista a cui non crede più nessuno”. Accusato di una gestione “poco green” delle discariche e di un’eccessiva “commistione tra il gruppo Hera (che tratta i rifiuti, ndr) e le amministrazioni a guida Pd”.

Non è un caso se Lucia Borgonzoni, dopo aver puntato sulla sanità, ha spostato il mirino degli affondi contro l’avversario sui temi ambientali. “Su 847 siti inquinati in tutta l’Emilia Romagna, 93 sono in provincia di Modena. Eppure la Regione non ha adottato alcun piano di bonifica”, grida la candidata. Una mossa che cela la speranza di conquistare i voti degli elettori grillini, sensibili alle sirene ambientaliste e critici col Pd in Regione sulle scelte in tema di discariche. I primi screzi risalgono ai primi giorni di dicembre, quando Stefano Zaghis, amministratore unico dell’Ama, annuncia l’accordo raggiunto con Hera (la multiutily emiliana) per lo smaltimento di quantitativi maggiori di rifiuti provenienti da Roma a partire dal 16 gennaio. Per Borgonzoni i dem vorrebbero rendere la regione la “pattumiera d’Italia” e “svendere” la salute degli emiliano-romagnoli. Bonaccini smentisce categoricamente, parla di “fatti non veri” e rivendica il fatto che l’Emilia conferisca in discarica solo il 3% dei rifiuti prodotti. Il presidente sa però che il tallone d’Achille è scoperto e che le contestazioni del centrodestra si fondano su battaglie intraprese da tempo da chi abita vicino alle discariche.

Il Piano Regionale dei rifiuti approvato nel 2016 sosteneva che l’aumento della raccolta differenziata avrebbe determinato una “progressiva riduzione” del fabbisogno di discariche, tanto da affermare che “non è necessario realizzare nuovi impianti di smaltimento” ma solo il “miglioramento dei livelli di prestazioni” di quelli già esistenti. E, soprattutto, prometteva la “progressiva dismissione di altri”. Obiettivo raggiunto? “Se alcune discariche inEmilia-Romagna sono state chiuse non è grazie al Pd, ma nonostante il Pd”, spiega il deputato di FdI Galeazzo Bignami. Il fatto è che non solo non avrebbe chiuso quanto promesso, ma per Fdi avrebbe anche nascosto dietro “l’espediente” degli “ampliamenti” quelle “che sono a tutti gli effetti realizzazioni ex novo“. Provocando l’ira dei comitati locali.

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A Castel Maggiore, per esempio, la Regione ha autorizzato l’aumento di 122mila metri cubi della discarica per ospitare circa 210mila tonnellate di rifiuti in più. Non sono mancate le polemiche per un sito che, in teoria, avrebbe dovuto chiudere i battenti a fine 2019. A Imola il sito di Tre Monti doveva essere ampliato in base al Piano Rifiuti regionale, ma i cittadini sono riusciti a impedirlo con un ricorso al Tar e al Consiglio di Stato che ne ha bloccato l’operatività, il tutto mentre la procura apriva un’inchiesta a carico di Hera con l’accusa di inquinamento ambientale. Caso simile a Baricella, dove la discarica è chiusa dal 2006 perché arrivata ormai ad esaurimento. La Regione progettava di aumentarne la capacità di stoccaggio nonostante non compaia nemmeno nel Piano Rifiuti regionale. Il progetto avrebbe dovuto produrre un aumento di capacità di oltre un milione di metri cubi di rifiuti speciali non pericolosi, ma sia la giunta comunale che i cittadini si sono opposti e il blitz, alla fine, è stato accantonato lo scorso settembre.

Anche la discarica Razzaboni, a San Giovanni in Persiceto, è finita nell’agone politico. Bonaccini rivendica la bonifica conclusa a novembre del 2019. Ma fu il M5S a denunciare, dal 2015, “il colpevole immobilismo della Regione” che ha portato anche ad un esposto alla Corte dei Conti prima del lieto fine della bonifica. C’è poi la questione Finale Emilia. Il sito si trova in località Canaletto, in provincia di Modena. L’ampliamento era già stato messo in contro nel Piano regionale e il progetto parla di una volumetria aggiuntiva di 1,8 milioni di metri cubi in cui smaltire circa 1,4 milioni di tonnellate di rifiuti. “Quasi tutte le forze politiche sono contrarie, tranne il Pd”, dice Bignami. E così il progetto, osteggiato dal sindaco di centrodestra Sandro Palazzi, è diventato oggetto di un ricorso al Tar sostenuto dai comitati di cittadini. Intanto i carabinieri a inizio dicembre hanno sequestrato l’impianto su ordine del Gip di Modena a conclusione delle indagini con dieci persone accusate a vario titolo per abuso di ufficio, falso ideologico e reati di natura ambientale. È la guerra dei rifiuti in Emilia Romagna.

il giornale.it

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