Trent’anni dopo il Muro serve la Norimberga del comunismo

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Ho visto il muro quando l’hanno tirato su, e ho visto il muro quando l’hanno tirato giù. Ho visto negli occhi della gente il terrore provocato da quel muro comunista, e ho visto negli occhi della gente la gioia per l’abbattimento di quel muro comunista.

Avevamo l’abitudine di trascorrere i giorni intorno a ferragosto a Vienna dai parenti di mia madre, e lì ci colse, in un modo che ricordo confuso per tutti, la notizia della costruzione di un muro a Berlino. Era il 13 agosto 1961. Con un mio cugino più grande di me, io avevo sedici anni, pensammo di andare a vedere immediatamente cosa stesse succedendo. L’aereo, a quel tempo, era il mezzo di trasporto del cosiddetto jet set, troppo caro per noi: quindi treno fino a Monaco, e cambio per Berlino. Ricordo che ciò che immediatamente mi rimase impresso fu l’idea del muro, prima ancora della sua funzione. M’impressionava l’idea di come si potesse pensare di dividere una città con le sue case, le sue strade, le sue piazze con un muro tracciato sul momento, che, appunto, dividesse case, strade, piazze.

Allora i muri non erano di moda, la loro esistenza (eccetto un altro di cui dirò) era più o meno legata all’idea di protezione, non di separazione, e credo che questo fosse anche quello che pensava la gente di Berlino, colta impreparata all’edificazione di quel monumento all’orrore. La gente scappava dalla propria casa perché veniva divisa dal muro: una parte sarebbe rimasta a est e una a ovest; saltava dalle finestre, chiamava dai balconi affinché qualcuno l’aiutasse ad abbandonare la casa, perché se fosse uscita dal portone, sarebbe finita nella zona est, quella comunista, e non avrebbe più avuto la possibilità di passare in quella occidentale. Alberghi, pensioni, ristoranti erano tutti chiusi: passammo tre giorni, prima di tornare a Vienna per strada, con ragazzi, adulti, vecchi seduti sui marciapiedi: avevano perduto tutto pur di abbandonare la zona comunista.

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Nel novembre del 1989 ero a Monaco per studiare e fare lezione: qui mi sorprese la notizia dell’abbattimento del muro. Non potevo perdermi la festa. Arrivai subito a Berlino anche perché questa volta mi potei permettere l’aereo. Proprio una festa di giovani che, molto probabilmente, non avevano neppure visto la costruzione di quel muro ma ne avevano patito le umiliazioni, le offese, le sofferenze.

Esso ebbe un suo precursore molto meno noto, e non per questo meno doloroso, più vecchio e più duraturo. È il muro che divise la città italianissima di Gorizia, costruito dai comunisti della Jugoslavia nel 1947, per segnare il confine, separando l’abitato goriziano dai suoi quartieri periferici e dalla stazione ferroviaria. Quel muro fu abbattuto nel 2004: al suo posto c’è oggi una striscia marmorea sulla pavimentazione che continua a tracciare l’attuale confine: non più con la Jugoslavia, ma con la Slovenia.

Perché il comunismo europeo occidentale i suoi leader politici, i suoi militanti, i suoi intellettuali non deve rispondere alla comunità internazionale di essere stato il primo complice di quella barbarie perpetrata dall’Unione Sovietica? Quanti comunisti si sono dichiarati colpevoli nell’aver sostenuto e difeso politicamente e culturalmente quei crimini? I comunisti di allora, che io conosco, si sono riciclati senza nessuna autocritica, senza alcun senso di colpa: al tempo della loro adesione al comunismo si sentivano irreprensibili politicamente, ineccepibili culturalmente. Oggi, riciclati, si sentono irreprensibili politicamente, ineccepibili politicamente. Si sentono di aver sempre avuto ragione loro. Amen. Però sarebbe il caso di dire basta a questo amen.

Il primo firmatario di un appello internazionale per una «Norimberga del comunismo» è stato Vladimir Bukovsky, morto pochi giorni fa, il 27 ottobre; in Italia si sta facendo carico di questa iniziativa il professor Renato Cristin dell’università di Trieste. Nell’appello si legge: «Il trentesimo anniversario dell’abbattimento del Muro di Berlino è l’occasione per offrire un contributo non solo alla memoria storica, ma anche all’elaborazione concreta di una cultura antitotalitaristica … con l’obbiettivo di giungere a un processo che abbia il senso e il valore di una Norimberga del comunismo».

L’obbiettivo è un processo internazionale dei crimini del comunismo di allora e di quelli che ancor oggi nel suo nome si compiono, per ricordare il sacrificio di milioni di persone dissidenti sterminate e per rispettare la verità della Storia.

il giornale.it

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