Il vero miracolo fiscale della legge di Bilancio: unire proprietari e inquilini contro la stangata

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Sulla casa il governo è riuscito in un’impresa impossibile: mettere d’accordo proprietari e affittuari.

Due categorie dagli interessi inevitabilmente contrapposti, da un paio di giorni unite per dire «no» alla prima manovra giallo rossa. Nel Dpb approvato dal governo, il documento che sintetizza gli effetti finanziari della legge di Bilancio, l’esecutivo ha previsto che dal 2020 la cedolare secca per gli affitti a canone calmierato l’aliquota a carico del proprietario passi dal 10% al 12,5 per cento.

Un beneficio fiscale in vigore nei Comuni dove la crisi abitativa è più forte, versione più vantaggiosa della cedolare classica e parte di una serie di misure che hanno favorito l’emersione di tanti affitti in nero. Da quando la cedolare secca in generale è stata approvata nel 2012 e fino al 2017 l’evasione si è ridotta del 50,45%, secondo i dati dello stesso governo.

Ora il vantaggio fiscale si riduce. Non senza conseguenze, ha avvertito il presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa. «Oltre a scoraggiare l’utilizzo di questa tipologia di affitto riservata ad inquilini meno abbienti, l’aumento rischia di provocare anche una richiesta generalizzata di ricalcolo al rialzo dei canoni da parte dei proprietari». Il ricalcolo è peraltro consentito dalla legge.

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La sorpresa è che sulla diagnosi sono d’accordo anche i sindacati. Prima il Sunia, sigla vicina alla Cgil, ha spiegato che «aumentare la cedolare sugli affitti concordati significherebbe incentivare richieste di aumento per i canoni più bassi e controllati. Esattamente il contrario di quello che serve». Ieri addirittura l’Unione inquilini, sigla vicina all’estrema sinistra, che ha bollato l’aumento dell’imposta sui redditi da affitti concordati come «un clamoroso errore». Meglio «intaccare la cedolare secca per il libero mercato». A parte questo ultimo accenno (la cedolare classica ha contribuito all’aumento del gettito fiscale e a rivitalizzare il mercato degli affitti), un allarme simile a quello di Confedilizia.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, ha replicato sostenendo che non si tratta di un vero aumento delle imposte, visto che il regime fiscale agevolato era transitorio, che la aliquota sarebbe aumentata automaticamente al 15% e che di conseguenza il governo avrebbe tagliato l’imposta del 2,5 per cento. Forse è vero formalmente, ma non la pensano così nemmeno i partiti della maggioranza.

Ieri nei palazzi della politica circolava con insistenza la voce che questa sarà la prima norma a saltare quando il governo varerà il ddl oppure, al più tardi, durante la sessione parlamentare di bilancio. Difficile giustificare un provvedimento che sulla carta può procurare qualche milione di euro di nuove entrate, che non piace a nessuno dei soggetti interessati e, soprattutto, che a conti fatti rischia di fare perdere soldi alle casse dello Stato.

il giornale.it

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