Così il governo di Conte ha rifiutato aiuto ai curdi

All’inizio dell’anno gli americani avevano avanzato al governo italiano la richiesta di una forza di interposizione davanti al confine turco da dispiegare in territorio siriano.

L’obiettivo era di rassicurare i turchi garantendo il famoso corridoio di sicurezza e proteggere i curdi. Da Roma non hanno preso in considerazione la proposta nonostante nel vicino Kurdistan iracheno abbiamo da anni oltre mille uomini e la copertura aerea necessaria garantita anche dai caccia italiani in Kuwait. La terribile ipocrisia, sulla pelle dei curdi, è che adesso il ministro degli Esteri, Luigi De Maio, allora vicepremier, agita la rappresaglia tardiva del blocco delle vendite di armi e pure il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si scaglia a parole contro la Turchia.

Non ci voleva molto per salvare i curdi: bastava abolire il caveat imposto fin dai tempi del governo Renzi e mantenuto da Gentiloni sull’assoluto divieto alle nostre forze di operare in Siria. Nonostante facciamo parte della coalizione anti terrorismo in Irak, con uno dei vicecomandanti italiano.

«Non abbiamo avuto il coraggio politico, militare, umanitario di dispiegare le nostre forze sul territorio siriano. Se l’avessimo fatto i turchi non avrebbero mai attaccato» spiega una fonte militare del Giornale. Non solo: gli americani sono tornati alla carica nel periodo fra il vecchio e nuovo governo con la richiesta di una missione ridotta di addestramento della guardie curde delle prigioni dove sono detenuti i terroristi dell’Isis. Da Roma hanno preso tempo e la situazione è precipitata.

Gli Usa avevano lanciato la proposta della missione cuscinetto all’inizio dell’anno sapendo bene che il sultano Erdogan voleva lanciare l’offensiva contro i curdi. «Eravamo in una fase iniziale, neppure di pianificazione vera e propria, ma è arrivato subito lo stop del vertice della Difesa» spiega la fonte del Giornale. L’allora ministro, Elisabetta Trenta, si preoccupava solo di ritirare le truppe, com’è stato fatto con i 500 uomini che proteggevano la diga di Mosul, per una missione in Niger, mai decollata veramente.

In Irak abbiamo, secondo i dati del sito della Difesa, «1.100 militari, 305 mezzi terrestri e 12 mezzi aerei» dell’operazione Prima Parthica. Dal 2014 addestriamo i combattenti del Kurdistan iracheno, che hanno fronteggiato l’Isis su un fronte di mille chilometri. «Gli americani puntavano su di noi – spiega la fonte militare – perché siamo ben visti dai curdi, ma abbiamo buoni rapporti anche con la Turchia e la Russia. Per non parlare delle relazioni con il mondo sciita non solo grazie alla missione in Libano. Neanche Damasco avrebbe detto di no». A Erbil sono operativi 4 elicotteri della task force Griffon e dal Kuwait utilizziamo droni Predator e caccia Eurofighter, in missioni di sorveglianza e intelligence perché non possono bombardare.

Un caveat pacifista difeso a spada tratta dall’allora ministro della Difesa, Roberta Pinotti, che secondo la stessa logica ordinava ai nostri corpi speciali di restare a 7 chilometri dalla prima linea a Mosul, la «capitale» del Califfato.

Dopo gli americani siamo il Paese con il più alto numero di soldati in Medio Oriente, ma per mancanza di attributi e lungimiranza politica li utilizziamo in seconda linea alla stregua di comparse. Poi quando massacrano i curdi gridiamo «al lupo», proponendo misure tardive se non inutili piangendo lacrime di coccodrillo.

L’operazione cuscinetto, che avrebbe salvato il popolo senza stato, era a conti fatti pure nel nostro interesse. Il governo comincia a lanciare l’allarme profughi, che Erdogan ha minacciato di spedirci in massa. «E non dimentichiamo che in Italia abbiamo obiettivi turchi prioritari», spiega la fonte militare del Giornale.

I curdi, non si faranno spazzare via senza colpo ferire e potrebbero colpire il nemico con attacchi eclatanti anche in Europa e da noi.

il giornale.it

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