Un leghista al Copasir La vendetta di Salvini sullo «spygate» di Conte

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I l messaggio inviato da Matteo Salvini agli altri partiti dell’opposizione è stato chiaro: mi stanno attaccando, vogliono usare contro di me i servizi segreti.

Per questo, per difendermi, ho bisogno che ci sia uno dei miei alla testa del Copasir, la commissione parlamentare di controllo sull’intelligence. Sia Forza Italia che Fdi – che pure a quella poltrona tenevano, e avevano pronti candidati di qualità – hanno capito, e hanno deciso di fare un passo indietro. Così l’opposizione (cui la presidenza del Copasir spetta per legge) ha indicato compattamente l’uomo che Salvini voleva fin dal primo momento: Raffaele Volpi. Volpi per Salvini ha un valore aggiunto: nel governo Conte 1 è stato sottosegretario alla Difesa, e in questa veste ha messo in portafoglio contatti con il mondo dei servizi che gli daranno forza nel nuovo ruolo. La sua si annuncia come una presidenza energica, decisa a mettere le mani fino in fondo nella vita interna delle due agenzie. L’uomo giusto per il «cannoneggiamento» preannunciato ieri da un altro dei duri della Lega, l’ex sottosegretario Giancarlo Giorgetti.

Questo spiega perché Giuseppe Conte abbia cercato fino all’ultimo e in ogni modo di stoppare la nomina di Volpi al Copasir. Il premier si è appoggiato sul Movimento 5 Stelle per affondare la candidatura, e costringere il centrodestra a ripiegare sul candidato forzista Elio Vito. Ma è andato a sbattere contro la manovra messa in campo da un altro dei protagonisti di questo intrigo, ovvero Matteo Renzi. Che ha fatto convergere su Volpi non solo il voto del suo uomo in Copasir, Ernesto Magorno, ma anche quello del membro in quota Pd, il deputato piemontese Enrico Borghi, che in mattinata, prima del voto, era stato visto confabulare a lungo con Maria Elena Boschi. E i voti di Magorno e Borghi risultano poi decisivi per l’elezione di Volpi.

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L’inedita alleanza tra Lega, Renzi e Pd si spiega in un modo solo: con la necessità comune di arginare l’asse che Conte ha costruito a cavallo tra le sue due presidenze, portando dalla sua parte vertici e sottovertici dei servizi segreti e aprendosi – attraverso la sede Cia di Roma – un canale preferenziale con l’amministrazione Trump. Salvini teme di essere il principale bersaglio di questo asse, e non esclude che anche nella diffusione del famoso audio dell’incontro moscovita tra il suo consigliere Gianluca Savoini e un trio di mediatori di petrolio ci sia stata la mano degli amici americani del premier. Ma anche Renzi, che pur essendo stato al governo il doppio di Conte non è mai riuscito a realizzare una rete così solida, guarda con preoccupazione allo strapotere del capo del governo sull’intelligence.

Ora sul nuovo tavolo di Volpi approda la vicenda che da giorni agita il mondo dei servizi segreti, quella dei favori che le nostre agenzie avrebbero fornito alla Cia nel 2016 (governo Renzi) e nel 2019 (governo Conte): la prima volta per sabotare la candidatura Trump, la seconda per aiutare Trump a incastrare i suoi detrattori. Conte ha detto di essere pronto a riferire al Copasir sui suoi due incontri con l’inviato di Trump, il ministro della giustizia William Barr, e i capi di Aisi e Aise. Una nota di Palazzo Chigi ha anche nuovamente smentito «ricostruzioni fantasiose che gettano discredito sulle istituzioni». Ma è facile prevedere che Conte affronterà anche il tema di quanto accaduto tre anni prima, all’epoca di Renzi. Obiettivo: ridimensionare tutto alla stregua di relazioni informali, ma sane e inevitabili col potente alleato di oltreoceano, consuete per qualunque inquilino di Palazzo Chigi. Alla fine, anche a Renzi potrebbe convenire una rinuncia reciproca a non scavare troppo. Ma cosa ne penserebbero Salvini e il coriaceo Volpi?

il giornale.it

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