Euro, il divorzio da Bankitalia di Carlo Azeglio Ciampi: primo passo verso il baratro per il nostro Paese

L’ennesimo monito della Banca centrale europea all’Italia a ridurre il debito, è arrivato pochi giorni fa. Il peso che l’Italia si porta sul groppone è grande, ma le ricette seguite negli ultimi anni non hanno fatto altro che aumentarlo. Il debito pubblico, ora al 131,8% del reddito nazionale, nel 2007 era al 99,8%. È evidente che qualcosa è andato storto. Le misure di austerità adottate, cioè tagli alla spesa e aumenti delle tasse, sono state basate sul presupposto che l’ Italia fosse un Paese di scialacquatori, in particolare durante gli anni ’80. La voragine nei conti si apre infatti in quel decennio, col raddoppio del peso del debito in rapporto al Pil.

La vulgata vuole che la crescita del debito pubblico sia insomma colpa di una gestione allegra delle finanze dello Stato, portata avanti da un ceto politico parassitario e corrotto. Per mantenere il consenso e talvolta per ingrassare delle vere e proprie clientele, le classi politiche della Prima Repubblica avrebbero elargito laute prebende. Una mangiatoia alla quale si sarebbero abbuffate le grandi consorterie nazionali: industriali, politici, finanzieri e sfaticati che vivevano di false pensioni di invalidità e assistenzialismo.

Ecco, questa vulgata, in parte vera, non tiene conto del dato storico. Che vede il debito esplodere a partire dal 1981, dal famoso divorzio tra Ministero del TesoroBanca d’Italia. Fino al 1980 il debito pubblico si mantenne basso in rapporto al Prodotto interno lordo. Poi, dall’81 inizia una salita vertiginosa che lo porterà dal 56,1% al 121,8% nel ’94. la voragine E questa non può essere una coincidenza, a meno che non si creda che i politici siano diventati tutti ladri dopo quella data. Nel marzo dell’ 81 il ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta, e il governatore della Banca d’ Italia, Carlo Azeglio Ciampi, si mettono d’ accordo per rendere indipendente dal governo l’ istituto di emissione.

Prima della separazione, infatti, Palazzo Koch era obbligato ad acquistare i titoli di Stato rimasti invenduti.
In questo modo il governo riusciva a finanziarsi al prezzo che voleva: se un’ asta di titoli di stato andava deserta perché gli investitori ritenevano il rendimento offerto troppo basso, interveniva Bankitalia.

Certo, non era tutto rosa e fiori, ma un merito il matrimonio ce l’aveva: permettere al governo di fare politiche di redistribuzione e investimenti pubblici senza preoccuparsi troppo dei vincoli di bilancio. E senza aumentare il debito pubblico.
il problema inflazione A partire dalla fine degli anni ’70 la spirale inflattiva che travolse le economie occidentali, causata dai due shock petroliferi del ’73 e del ’79, spinse politici ed economisti a cercare strategie alternative per bloccare l’ aumento vertiginoso dei prezzi.

La soluzione che si trovò fu quella di impedire che venisse stampato troppo denaro. Così, in quasi tutto il mondo, le banche centrali diventarono autonome dai governi, e lo stesso avvenne in Italia. Il ragionamento era che per ridurre la rincorsa dei prezzi, gli istituti di emissione non dovevano mostrarsi proni alle richieste dei governi. Insomma, le Banche centrali dovevano essere percepite come credibili dai mercati. Fino a quando i politici al potere avrebbero potuto farsi dare il denaro che gli occorreva con una semplice telefonata ai banchieri centrali, questi ultimi non avrebbero avuto credibilità, e così le loro decisioni. Per trionfare sull’inflazione bisognava separare chi ha il potere di creare denaro da chi lo amministra.

L’ Italia si mise in scia delle altre economie avanzate. L’ inflazione, che scese dal 10,8% dell’ 84 al 5,8 dell’ 86 (dati Ocse), fu infine domata. Ma la scelta ebbe ripercussioni violentissime sulle finanze pubbliche. Senza un acquirente di ultima istanza, infatti, lo Stato si mise nelle mani dei mercati. E l’ Italia, per finanziarsi, fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti. Il debito nei quattordici anni dal 1980 al 1994 decuplicò, da 114 a oltre 1000 miliardi di euro. 

Serpente monetario – Sempre in quegli anni, in realtà un po’ prima, nel ’79, l’ Italia entrò nel Sistema monetario europeo, un accordo di cambio fisso con altri Stati del vecchio continente. Una riedizione del “Serpente monetario europeo”, naufragato qualche anno prima con l’ uscita di Regno Unito e Irlanda, seguiti nel ’73 dall’ Italia e nel ’74 dalla Francia. Nel nuovo sistema ad ogni moneta era attribuito un peso a seconda della sua solidità.

Chiaramente la lira valeva di meno del marco, a causa del divario tra le due economie. Le valute orbitavano attorno a una parità centrale, l’ Ecu, il cui valore era la media tra tutte le monete europee. I Paesi dovevano impegnarsi a contenere le oscillazioni entro un certo margine, anch’ esso stabilito di comune accordo (per l’ Italia era il 6% in più o in meno sull’ Ecu).
Per far questo le banche centrali intervenivano comprando valuta nazionale se questa era troppo debole o vendendola se troppo forte.

Il problema era che le decisioni di fatto erano prese a Berlino: se la Germania decideva di aumentare i tassi di interesse tutti gli altri dovevano accodarsi. Altrimenti i capitali sarebbero andati in terra tedesca, dove davano più interessi. In questo modo l’ Italia fu costretta ad offrire rendimenti sempre più alti sul proprio debito.
Di conseguenza la spesa per interessi aumentò, toccando il suo massimo nel ’90 , quando lo Stato fu costretto a sborsare ai suoi creditori più dell’ 11% del Pil.

Questi due eventi, divorzio tra Tesoro e Bankitalia e ingresso nello Sme, fecero esplodere il debito pubblico a causa dei costi crescenti che lo Stato doveva sostenere per finanziarsi. Infatti, se fino alla fine degli anni ’70, i tassi reali, quindi depurati dall’ inflazione, furono negativi, dopo non fu più così. Durante quel decennio i tassi di lungo periodo crebbero dal 7,7% al 14,7% del ’77, rendimenti che però furono ampiamente neutralizzati da un aumento dei prezzi a doppia cifra.

Basta dare un occhiata ai dati del Fondo monetario internazionale sui rendimenti dei titoli di Stato. Negli anni ’80 questi si mantennero largamente sopra il 10%, con un picco del 20% nel 1982. Il costo del debito iniziò a ridursi solo nel ’93, per poi scendere al 9,4% nel ’96.

Miliardi bruciati – Alcune decisioni prese da quelli che diventeranno i protagonisti della Seconda repubblica contribuirono poi a rendere la situazione insostenibile. Tra questi il governatore della Banca d’Italia e futuro capo dello Stato, Carlo Azeglio Ciampi. Dominus di Palazzo Koch dal ’79 al ’93, Ciampi decise nel ’90 di ridurre i margini di manovra della lira: se prima la moneta italiana doveva mantenersi entro una forchetta del 6% rispetto all’Ecu, dopo l’oscillazione fu limitata al 2,5%. Per l’Italia sarebbe stato sempre più difficile rimanere nello Sme.

Un sistema così strutturato non poteva reggere. E infatti crollò. Il serpente monetario morì sotto i colpi inferti dalla speculazione finanziaria. Il 16 settembre di quell’ anno, il Regno Unito, piegato dalle scommesse miliardarie del finanziere George Soros, uscì dallo Sme. Il giorno dopo la stessa decisione fu presa dal governo italiano, guidato dal premier Giuliano Amato.

La lira si svalutò di circa il 25-30% sul marco tedesco e l’ Italia si liberò da quella che sembrava sempre di più come una camicia di forza. Di liberarsi dal cappio, però, Ciampi non aveva voglia. Nei mesi precedenti l’ uscita dallo Sme, il governatore di Bankitalia bruciò oltre 70mila miliardi di lire, nel velleitario tentativo di difendere un tasso di cambio ormai spacciato.

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