Supercazzola di Conte: il reddito di cittadinanza è ancora un mistero

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Dopo le «spese morali», niente sigarette o televisori, le soglie Isee e quelle patrimoniali, la restrizione agli stranieri che risiedono in Italia da almeno dieci anni, sul reddito di cittadinanza incombe anche la «redistribuzione geografica».

È solo ultima di una serie modifiche, paletti e limitazioni che si sono rivelati necessari per adattare la misura bandiera dei cinque stelle, originariamente pensata come universale, al sentiero stretto della legge di Bilancio. Ed è stata annunciata ieri dal premer Giuseppe Conte: «Stiamo pensando a come modulare le offerte di lavoro sulla base della redistribuzione geografica. Sono tutti dettagli che aiuteranno a rendere più o meno efficace la riforma», ha detto parlando a Milano, alla Scuola di formazione politica della Lega. Tutto perché dei vincoli, appunto, sono indispensabili perché «il reddito di cittadinanza, se realizzato male può essere frainteso è percepito come sussidio assistenziale». L’idea di una redistribuzione geografica delle offerte di lavoro per chi si iscrive ai centri per l’impiego nasce da un’analisi delle «inefficienze» che si sono verificate nel modello Germania, («Abbiamo studiato il sistema tedesco, al mio primo incontro con Merkel chiesi subito di approfondire il loro sistema»), e di cui «faremo tesoro», ha puntualizzato il premier.

Dunque le famose tre offerte di lavoro – al terzo rifiuto si perde il diritto a incassare il sussidio – potrebbero essere modulate a seconda delle aree geografiche. Non è dato ancora sapere come e se, per esempio, le proposte verranno concentrate soprattutto dove c’è più disoccupazione, cioè al Sud. Così in serata palazzo Chigi è costretto a una prima puntualizzazione informale: si farà in modo – spiegano fonti del governo – di non penalizzare chi rifiuterà come prima offerta di lavoro una occupazione al di fuori della propria città o regione. Di certo c’è che la misura si sta progressivamente allontanando dall’idea originaria del Movimento, che sognava un sostegno al reddito per tutti coloro che sono al di sotto della soglia di povertà.

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La coperta finanziaria, otto miliardi, potrebbe essere troppo corta per garantire il reddito ai sei milioni di poveri in Italia. Ecco allora che ogni giorno compaiono restrizioni che gli stessi big del M5s giustificano con dichiarazioni supercazzola. Tipo Luigi Di Maio che ieri ha ribadito: «Inevitabilmente dobbiamo farlo solo per gli italiani, ma non per razzismo».

La proposta originaria non prevedeva nemmeno una soglia Isee. Ora invece, oltre alla soglia dei 9mila euro di reddito, c’è anche il paletto del patrimonio per cui a chi ha la casa di proprietà, per esempio, verrà decurtato dai 780 euro il costo presunto di un affitto. Rischiano poi di essere esclusi anche i giovani che sono a carico dei genitori che possono mantenerli, come i cosiddetti neet, acronimo che definisce gli «inattivi», coloro che non studiano e non cercano un lavoro. Senza dimenticare che con il reddito di cittadinanza non si potrà comprare tutto, ma solo i beni considerati «morali» e di prima necessità. La cifra, poi, non potrà essere accantonata ma andrà spesa tutta.

Non è finita, perché ulteriori limature sono ancora in corso, ammette il presidente del consiglio: «Stiamo facendo di tutto perché anche questo strumento, che potrebbe apparire non di alta redditività, ma di alto valore sociale, venga realizzato in una prospettiva di sviluppo sociale, affinché si crei un meccanismo di riqualificazione delle persone che hanno perso il lavoro e di qualificazione per quelle che non lo hanno. Intesa in questi termini sarà una riforma essenziale per la crescita».

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