Salvini e Di Maio sono pronti. Ognuno lavora al “piano B”

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Rilancia ancora Matteo Salvini. E nonostante il suo attivismo in politica estera sia da giorni il principale motivo di tensione con il premier Giuseppe Conte, ieri non erano ancora scoccate le nove di mattina quando aveva già messo nero su bianco un altro affondo contro il presidente francese Emmanuel Macron.

Con buona pace di Palazzo Chigi, della Farnesina e pure del Quirinale, che – seppur silente – inizia ad essere piuttosto preoccupato della piega che stanno prendendo i rapporti con Parigi e i nostri partner tradizionali. Insomma, nonostante il tentativo di mediazione con il presidente del Consiglio portato avanti solo 24 ore prima da Giancarlo Giorgetti e l’intesa per dar vita ad una cabina di regia per muoversi in maniera più collegiale, il ministro dell’Interno continua a tirare dritto per la sua strada. È questa la fotografia di un esecutivo dove il tasso di conflittualità è ormai oltre la soglia di guardia. Un po’ perché stanno emergendo le divergenze di vedute tra Lega e M5s, un po’ perché Salvini sta legittimamente capitalizzando politicamente la sua leadership all’interno della maggioranza gialloverde. Così, con l’avvicinarsi della manovra e con i dossier più delicati che si fanno impellenti, l’ipotesi che alla fine il banco possa saltare non è più solo un caso di scuola. E tanto il rischio di uno show down si sta facendo concreto – non nelle prossime settimane, più probabilmente nei prossimi mesi – che entrambe i vicepremier stanno già lavorando ognuno al suo «piano B». Quello di Salvini guarda alle urne, visto che i sondaggi continuano a dare la Lega con il vento in poppa. Se si tornasse a votare, il vicepremier non potrebbe che trarne beneficio, magari riuscendo ad arrivare fino a Palazzo Chigi. Che Salvini stia studiando da premier non è un mistero e lo confermano le mosse degli ultimi giorni (a partire dal vertice con Viktor Orban) e la sua agenda delle prossime settimane (che lo vedrà in missione in Nord Africa, Sud Africa, Medio Oriente, Russa e Cina). D’altra parte – confidava giorni fa Giorgetti a un imprenditore lombardo – al netto di un «possibile attacco dei mercati» all’Italia, «è chiaro che di qui a qualche mese Morandi e Ilva si ritorceranno contro di noi». Il sottosegretario alla presidenza, infatti, considera dissennata la gestione dei due dossier da parte del M5s.

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In particolare quello del ponte di Genova, visto che contrariamente agli annunci è chiaro che la soluzione non è cosa di qualche mese. Ecco perché a Salvini non dispiacerebbe tornare al voto, possibilmente prima delle Europee del 2019. Magari, ma niente è ancora deciso, riaprendo un confronto con Forza Italia. Non è un mistero che leghisti e azzurri abbiano negli ultimi giorni ricominciato a parlarsi, al punto che una soluzione pacifica della vicenda Rai (la nomina a presidente di Marcello Foa è di fatto congelata) non è esclusa. Scenario esattamente opposto, invece, per Di Maio. Per il M5s tornare alle urne sarebbe disastroso, così – nel caso si arrivi ad una crisi di governo – l’idea è quella di provare a costruire una maggioranza con il Pd. Non è un caso che sulla vicenda Diciotti ci sia stato un pezzo importante del Movimento, guidato da Roberto Fico, che ha tenuto con decisione posizioni molto affini a quella dei dem. Certo, ci sarebbe da superare l’ostracismo di Matteo Renzi, ma se si aprisse un confronto non è affatto escluso che alla fine l’ala dialogante potrebbe spuntarla. Anche perché pur di non votare Di Maio sarebbe probabilmente pronto a qualche concessione.

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