Pensioni, siamo al colmo: perchè Di Maio fa rimpiangere la Fornero

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Ieri il professor Alberto Brambilla, presidente del centro studi «Itinerari previdenziali», ha diffuso un’ analisi accurata sulla riforma delle pensioni presentata dalla maggioranza gialloverde il 6 agosto. L’ obiettivo del provvedimento lo sappiamo: tagliare le pensioni superiori ai 4mila euro netti al mese e aumentare gli assegni minimi. Per i quali, va sempre precisato, non è stato versato alcun contributo dal percettore. Nell’ articolo di Attilio Barbieri abbiamo spiegato come il progetto di legge, oltre a essere praticamente incostituzionale, danneggerà in gran parte i pensionati del Nord e probabilmente decurterà le reversibilità, in quanto il testo mira a ridurre gli importi al reddito pensionistico e non alla singola pensione.

Dieci giorni fa abbiamo inoltre specificato come la manovra targata M5S-Lega, di fatto, incrementerà gli assegni degli anziani immigrati, che sono arrivati in Italia grazie al ricongiungimento familiare, e magari se ne sono ritornati nel loro Paese ricevendo comunque la prebenda dall’ Inps regolarmente ogni mese.

Ma c’ è una cosa che emerge dall’ analisi di Brambilla che fa a pugni col messaggio elettorale di grillini e leghisti: i due partiti di governo hanno conquistato valanghe di voti promettendo la rottamazione della legge Fornero. Ebbene, la riforma sostenuta soprattutto da Di Maio è peggiorativa di quella approvata a fine 2011. Un paradosso.

I tre no di Boeri – La professoressa torinese aveva deciso che le pensioni dovevano essere tutte contributive e non più retributive. Insomma: gli assegni devono basarsi sui contributi versati e non sulla media degli stipendi degli ultimi 10 anni di lavoro. Con un’ età di uscita dal mondo occupazionale via via sempre più alta, fino agli attuali 67 anni. Giggino inizialmente aveva detto: taglieremo le pensioni alte perché hanno goduto del retributivo, quindi una manovra di equità. Falso. E l’ inconsistenza dei proclami grillini è contenuta in un parere dello stesso Inps di due anni fa. Boeri scriveva infatti alle Camere: ricalcolare tutte le pensioni su base contributiva non si può fare perché a) I dati per il ricalcolo – nel settore privato – mancano o sono parziali; b) I dati per il ricalcolo – nel settore pubblico – sono del tutto assenti; c) Molte pensioni, se ricalcolate con il contributivo, aumenterebbero.

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Rotto il patto – Proprio quest’ ultima frase è incredibile. C’ è gente andata in pensione nel 2013 – quindi con metodo retributivo – che già incassa un assegno di 150 euro al mese inferiore ai contributi versati in una vita di lavoro (2 milioni di euro). Con la riforma Di Maio si assisterebbe a un taglio ulteriore del 10-15%. Si potrebbe obiettare: se è così favorevole il contributivo perchè non optano per questo sistema? Peccato sia vietato. Il “capo politico” del Movimento infine non prende in considerazione, per esempio, una decurtazione delle centinaia di migliaia di baby pensionati. Un esercito di persone che riceve soldi dall’ Inps dal 1980.

Ora, non siamo qua a difendere i ricchi. In ballo c’ è il senso dello Stato: se cancella dalla sera alla mattina i diritti acquisiti, senza un metodo ma solo con l’ obiettivo di dare un euro in più ai compaesani che non hanno versato contributi, allora come ci si può fidare dello Stato? Come può un investitore estero comprare il nostro debito? Come può un imprenditore decidere di impiegare denaro per creare lavoro in Italia? Il tutto per cosa poi, recuperare 300 milioni? Meglio non fare niente. Almeno non si creano danni.

Se proprio si vuole fare cassa è meglio andare a stanare chi indebitamente percepisce quattrini da Boeri: pare ci siano 5 miliardi di sprechi. Altro che 300 milioni… Eh, certo, per scoprire i furbetti bisogna lavorare. Chi lo dice al ministro del Lavoro?

 

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