Ecco perché non può essere nostro amico

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La scelta sovranista di Matteo Salvini, simboleggiata dal suo incontro di ieri a Milano con

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il premier ungherese Viktor Orbàn, che di quel fronte internazionale è la figura di maggior spicco, rischia di portare l’Italia in un vicolo cieco europeo. E non perché il leader leghista abbia avuto torto nel gettare alle ortiche la fallimentare strategia dei governi precedenti, che in sostanza scambiavano un’irresponsabile accoglienza di massa di immigrati spesso senza alcun diritto a riceverla con un po’ di tolleranza in più per i nostri conti scassati: al contrario. Semmai il problema consiste nella scelta di alleati sbagliati per perseguire un obiettivo giusto. Infatti, per quanto difficile e frustrante si dimostri ogni giorno negoziare con Bruxelles e i principali partner europei su questo tema, l’Italia resta fino a prova contraria membro dell’Unione e nostro obiettivo dovrebbe rimanere il raggiungimento di un accordo per la revisione del trattato di Dublino, unica via realistica per ottenere la sacrosanta redistribuzione dei migranti in ambito Ue. Gettarsi invece nelle braccia dei sovranisti del gruppo di Visegrad significa condannarsi con certezza a non ottenere nulla. Ungheria, Polonia, Slovacchia e Cechia (proprio ieri il premier Conte ha ricevuto il collega ceco Babis che ha lanciato lo stesso messaggio di Orbàn: l’Italia dica chiaro che non accoglierà nessuno) tengono i loro confini ben sprangati e ci lasciano con il cerino in mano. Magari a cercare improbabili soluzioni con Paesi volenterosi ma marginali come l’Albania o il Montenegro. Salvini è arrivato davanti a un bivio: o distrugge o costruisce. Se vuol distruggere l’edificio comunitario dovrà continuare a usare il governo innaturale cui ha scelto fin qui di partecipare per fare dal Viminale una campagna elettorale continua in vista delle elezioni europee della prossima primavera; se invece vuol costruire dovrà ricordarsi degli impegni presi con gli elettori lo scorso 4 marzo. In altre parole, dovrà finalmente chiarire se vuol riportare indietro l’orologio della Storia fino ai tempi delle piccole patrie e del tutti contro tutti, o se è disposto a lavorare per fare avere all’Italia ciò che le spetta in un ambito europeo finalmente solidale. E questo si può fare non gridando con i Cinquestelle, ma ragionando di obiettivi comuni con il centrodestra.

IL GIORNALE.IT

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