La rivolta di Confindustria: in piazza contro il governo

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Il dado è tratto. Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, è pronto a portare gli imprenditori in piazza se il governo non farà retromarcia sulla politica economica, soprattutto in materia di lavoro.

«Il nervosismo del nostro mondo è molto elevato e di questo passo dovremmo prevedere di portare i cittadini imprenditori in piazza», ha dichiarato il numero uno di Viale dell’Astronomia evocando un’iniziativa senza precedenti.

«È scorretto il tentativo di indicare come politicizzato chi fa critiche e di considerarci cittadini di serie B fingendo d’ignorare che gli artigiani, Cna in testa, e Rete Imprese Italia nelle loro audizioni parlamentari hanno sollevato le stesse nostre obiezioni», ha aggiunto Boccia invocando maggiore rispetto per un mondo «che conta circa 2,5 milioni di associati». E proprio di tenuta del sistema confindustriale si tratta. La proterva propaganda di Di Maio & C. (con la complicità della Lega di Salvini) ha dipinto gli industriali come una cinica lobby che punta allo sfruttamento dei lavoratori per mezzo delle opposizioni. Insomma, oltre al danno di un decreto che irrigidisce i contratti a termine (con il rischio di contenzioso sulle causali e l’aumento degli indennizzi per i licenziamenti) anche la beffa di essere considerati «nemici del popolo».

La questione, infatti, deve essere analizzata sotto due aspetti che si intersecano: uno di natura strettamente «tecnica» e l’altro prettamente politico. Il decreto Dignità ha scatenato, infatti, una rivolta nella base confindustriale settentrionale. L’alfiere del malcontento è stato Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Veneto, che ha sintetizzato le rimostranze degli associati in un simbolico «questo decreto è un cappio al collo» che soffocherà le aziende in difficoltà creando ulteriore instabilità nel mercato. Valutazioni condivise anche dal presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi («Il governo sembra non conoscere le aziende: qui si continua a pensare al mondo produttivo come alla fabbrica del Novecento») assediato dalle lettere di protesta degli iscritti.

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Il Nord, che rappresenta circa il 60% del Pil, ha di fatto sfiduciato la Lega che rappresenta il primo partito quasi dappertutto. E Boccia, presidente di una Confindustria nella quale hanno un peso elevato le aziende di stato a controllo politico, ha cercato una mediazione. Il decreto, seppur con qualche modifica è rimasto tale e quale e così, alla ricerca dell’unità, sono risultate vincenti le tesi del vicepresidente per le relazioni industriali e il lavoro, Maurizio Stirpe, che sin dall’inizio aveva suggerito al numero uno di Confindustria di «promuovere una forte mobilitazione dell’intero mondo produttivo italiano, dall’industria al commercio all’artigianato alla cooperazione».

La linea Stirpe consentirà a Confindustria di ricompattarsi e di far sentire il proprio peso politico. Tant’è vero che una delle sue sottolineature riguarda una presunta minaccia di abbandono della confederazione da parte elle aziende pubbliche, magari per fare mobbing su Boccia. L’ipotesi di una manifestazione serve a ricordare le priorità degli industriali: flessibilità del lavoro, gestione ordinata dei conti pubblici per evitare bocciature dei mercati e soprattutto un grande «sì» alle grandi opere, a partire dalla Tav. Un’agenda condivisa anche da Forza Italia. «Il governo dovrebbe mettere da parte l’arroganza e avere l’umiltà di rendersi conto di avere intrapreso una strada senza ritorno», ha chiosato il portavoce dei gruppi parlamentari, Giorgio Mulé. IL GIORNALE.IT

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