Immigrati, cappuccetto rosso diventa nero: la vergogna della sinistra con l’africano

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Chissà che ne avrebbero pensato i fratelli Grimm. Forse si aspettavano che un giorno delle loro fiabe si sarebbe impadronito un americano (Walt Disney), e che i loro protagonisti sarebbero passati dalla carta al cartoon fino alla carne (e ossa) di alcuni attori. Ma mai avrebbero sospettato che la loro Cappuccetto Rosso sarebbe diventata un migrante nero, naturalmente maschio e adulto, a spasso, anziché nelle foreste della Germania, nelle lande assolate dell’ Africa. Va bene lo scambio culturale, va bene l’ universalità delle fiabe e vanno bene anche i riadattamenti locali di un messaggio globale. Però snaturare in modo così evidente il senso della fiaba, e piegare un classico all’ ideologia e all’ attualità, è qualcosa che fa male alla piccola Cappuccetto Rosso, molto più di quanto non gliene abbia fatto il lupo.

NUOVO MESSAGGIO
Eppure, sorvolando su queste forzature, la compagnia del Teatro delle Albe, e gli attori legati all’ associazione di Mandiaye N’ Diaye, il regista senegalese scomparso quattro anni fa, venerdì hanno portato in scena, all’ ex ospedale Pini di Milano, una versione politicamente corretta della celebre fiaba, intitolata «Thioro, un cappuccetto rosso senegalese». In un solo colpo la bimba protagonista ha acquisito un nuovo nome, cambiato sesso e nazionalità, e modificato l’ età, visto che viene interpretata da due attori adulti, cioè Adama Gueye e Fallou Diop. Ma a essere rivoluzionato è anche il paesaggio in cui si muove: non più un bosco ma un’ africanissima savana; e se al posto del lupo figura una iena tipica del Continente Nero, anche il linguaggio della protagonista è ben lontano da quello originario dei fratelli Grimm. Qui Cappuccetto Rosso, o meglio i Cappuccetti Rossi in scena, parlano in wolof, lingua del Senegal…

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Il vero cambiamento è però nel messaggio della fiaba perché “Cappuccetto Rosso” divenuta “Cappuccetto Nero” non è più un racconto di formazione sui pericoli di inoltrarsi in territori sconosciuti o una metafora della maturazione sessuale di un’ adolescente (il lupo come maschio predatore da cui guardarsi), ma diventa un inno alle migrazioni (i protagonisti devono attraversare tutta la savana per raggiungere la loro realizzazione, simboleggiata dalla casa della nonna) e un invito all’ integrazione del diverso attraverso un’ opera, come spiega il regista Alessandro Argnani, «capace di raccontare e contrastare l’ ignoranza che ci porta ad avere paura dell’ altro».

BASTA BIMBE BIONDE
La morale della fiaba (trasformata) è che i racconti nord-europei con bimbe dai capelli biondi e la pelle chiara rischiano di essere discriminatori, e quindi vanno riadattati, mescolati con la tradizione africana. Non solo dobbiamo accogliere e accettare i riti, i miti, i costumi delle altrui culture, ma dobbiamo modificare anche i nostri, adeguarli al nuovo venuto, vergognarci della nostra tradizione letteraria e per larghi tratti rinnegarla, in modo da non offendere i migranti.

Un’ azione di censura retroattiva su opere risalenti a due secoli fa, con tanto di rivisitazione buonista dei capolavori della nostra arte. Volevamo portare il cestino alla nonna malata, ma poi ci siamo accorti che era meglio – perché così vuole il pensiero unico – portare il cibo al finto profugo appena sbarcato.
Che barcone grande che hai. Sì, è per scroccare meglio.

 

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