Flussi elettorali, i grillini hanno scelto Berlusconi: come umiliano il Pd

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Negli arabeschi dei flussi, le elezioni amministrative, di solito -vuoi per questioni di territorio, di tradizione o di personalità dei candidati- forniscono dati disomogenei e un po’ vigliacchi; ingannano gli analisti; disegnano un’ Italia che si smentisce, elettoralmente alle elezioni politiche successive. Sicché, sempre di solito, ogni singolo ballottaggio è l’ affresco potente del comportamento della classe politica locale, e cambia di città in città.

In questa tornata di voto amministrativo è indubbio, però, che il centrodestra a trazione leghista abbia sfondato nelle tradizionali roccaforti della sinistra: Siena, Pisa, Massa oltre che ad Ivrea o Terni. Il problema, dal lato squisitamente analitico, sta nel capire se il governo «legastellato» abbia prodotto una convergenza dei partiti di Salvini e di Di Maio anche sul voto; o se gli elettori grillini -come avvenne, per esempio, per il Comune di Milano- si siano volontariamente astenuti, influenzando comunque in negativo la supremazia del centrodestra. Per l’ Istituto Cattaneo, da sempre presente in questo tipo di speculazioni attraverso labirinti di grafici, tabelle e istogrammi (tecnica statistica del “Modello di Goodman”), il M5S è stato determinante e per il successo in Toscana della coalizione raggrumata attorno alla Lega. «A Pisa su 100 cittadini che avevano votato 5 Stelle al primo turno, ben 70 hanno scelto il candidato di centrodestra Michele Conti», dicono dall’ Istituto Cattaneo, considerando la fusione dei bacini elettorali del candidato civico e di quello M5S. Idem a Massa con la vittoria di Francesco Persiani, centrodestra. Mentre a Siena l’ avvocato dei clienti truffati dalla banche, Luigi De Mossi ha prevalso contro i “rossi” pescando dai due elettorati -Lega e M5S- specie in virtù della sua personale, cocciuta puntalità nel dare ascolto ai blogger e alle voci del dissenso in merito all’ apocalisse del Monte dei Paschi. La sua storica battaglia contro i disastri della Banca rossa per eccellenza a favore dei senesi d’ ogni colore ideologico s’ è tradotta in voti sonanti.

BLOCCO DI POTERE
In soldoni, il vero governo gialloverde s’ è realizzato sul territorio laddove, storicamente, il centrosinistra è stato percepito come «il sistema», il blocco inscalibile ed eterno del potere. Diverso è il discorso, invece, nelle altre regioni, dove i dati non seguono una logica: ad Ancona, dove ha vinto Valeria Mancinelli del Pd, coloro i quali al primo turno aveva scelto i grillini, al ballottaggio si sono divisi in parti quasi curiosamente uguali: 43% astenuti, 34% centrodestra, 21% centrosinistra. Nel cuore della lontana Umbria, a Terni ha prevalso Leonardo Latini, con un formidabile 64,3%. Latini è un leghista atipico che si è battuto con una certa eleganza contro i 5 Stelle.

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Qui, gli elettorati si sono rimescolati -il 2,3% dal centrodestra ai 5Stelle e il 2,1% dai 5 Stelle al centrdestra-; mentre, il 7,1% dell’ elettorato del centrosinistra, sentendosi estraneo alla sfida, è rimasto a casa. A Ragusa, stessa situazione: però il centrodestra di Giuseppe Cassì non ha perso verso l’ astenzione ma addirittura ha guadagnato le preferenze di chi al primo turno aveva votato 5 Stelle, degli astenuti e dei sostenitori dei candidati «minori». Insomma, se al centro si voleva dare una risposta corale ad una tradizione monocolore in stile soviet (e con ulteriori analisi si constaterebbe che il coloro rosso s’ è quasi del tutto stinto in Emilia, ma non infieriamo) a costo d’ inghiottire il rospo d’ una nuova amministrazione in parte berlusconiana, al sud la scelta è stata, diciamo, più volatile.

MODELLO PARMA
Si registra inoltre che, nonostante le innegabile mazzuolate, «quando il proprio candidato è presente al ballottaggio la coalizione di centrosinistra tiene, serra i ranghi e limita le perdite verso l’ astensione (qualcosa esce verso il non-voto ad Ancona e Siracusa). Quando il candidato non c’ è, l’ elettorato di questa coalizione si divide tra astensione (prevalente a Terni) e M5S (a Ragusa). Quel che non sceglie (quasi) mai è il centrodestra», conferma l’ Istituto Cattaneo. Cioè, in quel caso, la barriera ideologica tra centrodestra e centrosinistra si è confermata, comunque, granitica. Viceversa «nelle città dove il candidato di centrodestra non è presente (come Avellino o Imola) i flussi hanno seguito in buona sostanza il “modello Parma” con una larga convergenza dell’ elettorato di centrodestra sul candidato grillino».

In definitiva: altro boom di Salvini che ne conferma l’ irresistibile ascesa nei sondaggi (siamo ormai al 30%, magari poi si sgonfia, ma per ora il vento che soffia è un ciclone…). La qual cosa spiazza e preoccupa non solo Di Maio, ma anche l’ alleato territoriale Berlusconi che si accinge subito a commentare: «Quello che vince è un centro-destra plurale, a un buon risultato della Lega si accompagna un’ ancora più forte affermazione di liste e candidati civici».
C’ è da dire che Silvio, in cuor suo, tifava -contro Toti- Scajola ad Imperia. E il sorriso che gli s’ è aperto sul viso era ligure, sapeva di trenette al pesto…

 

 

 

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