Modena, Salim El Koudri: la famiglia rompe il silenzio, italiani senza parole

Ci sono storie che, dopo l’esplosione di violenza, lasciano dietro di sé un vuoto impossibile da riempire. Un silenzio che pesa nelle case, nei corridoi degli ospedali, nelle chat di paese. E mentre la città prova a rimettere insieme i pezzi, una domanda continua a tornare: com’è possibile che tutto questo sia accaduto così?

Nelle ore successive al dramma, tra indagini e ricostruzioni, emerge un dettaglio che spiazza molti: chi gli è più vicino non cerca scuse, non alza muri. Anzi. Chiede solo di sapere come stanno le persone ferite. E lo fa con una lucidità che, in mezzo allo choc, fa ancora più male.

La famiglia di Salim El Koudri, 31 anni, ha deciso di rompere il silenzio attraverso il suo legale, Fausto Giannelli. Secondo quanto riferito dall’avvocato, i parenti sono “pienamente lucidi” e “consapevoli della gravità del gesto”. Un passaggio che colpisce, perché arriva da chi, più di tutti, si ritrova travolto da una tragedia che non aveva previsto.

El Koudri è stato fermato dopo aver ferito otto persone in centro a Modena ed è detenuto in carcere in isolamento dalla sera di sabato 16 maggio. Intanto, la vita attorno a lui si è fermata: la città si interroga, le vittime lottano, le famiglie aspettano notizie.

Giannelli racconta che padre, madre e sorella gli hanno posto subito la stessa domanda: come stanno i feriti? Gli hanno chiesto di informarsi con gli ospedali, di sapere, di capire. E, soprattutto, di non distogliere lo sguardo da chi oggi paga il prezzo più alto.

“Sono annichiliti”, avrebbe spiegato il legale. Un dolore doppio: quello per ciò che è accaduto e quello per le conseguenze devastanti su persone innocenti. In particolare, l’avvocato ha riferito lo sconvolgimento dei familiari per la donna che ha riportato le ferite più gravi, con conseguenze irreversibili.

“Mi hanno chiesto più dei feriti che del figlio”, ha raccontato Giannelli, sottolineando un aspetto che in queste ore sta facendo discutere e commuovere: la famiglia, chiusa nel suo lutto, dice di pregare soprattutto per la guarigione di chi è ricoverato. “È la cosa più importante”, è il messaggio che filtra.

Nel frattempo, proseguono gli accertamenti per ricostruire con precisione cosa sia successo e come si sia arrivati a quel momento. E torna anche un nome che in città è diventato simbolo di quei minuti di terrore: Luca Signorelli, l’uomo intervenuto per fermare El Koudri.

Signorelli ha raccontato di aver ricevuto parole importanti dal presidente della Repubblica: “Mattarella mi ha detto che ho fatto un gesto eroico”. Un riconoscimento che dà la misura della tensione di quei momenti e di quanto, in certe situazioni, basti un attimo perché tutto precipiti.

Ma mentre l’attenzione pubblica si concentra sulle immagini e sui racconti di Modena, gli investigatori continuano a scavare anche nella vita dell’uomo fermato, cercando elementi utili a capire il contesto e, soprattutto, eventuali segnali che avrebbero potuto anticipare il dramma.

La famiglia vive a Ravarino, in provincia di Modena. Si tratta del piccolo centro dove Salim risiedeva con i genitori. Si erano trasferiti in Emilia dalla Bergamasca nel 2000: una vita normale, lavoro, routine. Il padre impiegato in un’azienda di Nonantola, la sorella ormai altrove, sposata e residente in un’altra provincia.

Eppure, da quella notte, a Ravarino qualcosa è cambiato. Secondo quanto raccontato dai vicini, nell’abitazione non ci sarebbe più nessuno: i genitori sarebbero andati via a bordo di un furgone. Si sarebbero chiusi lontano dagli sguardi, forse proprio dalla figlia, evitando contatti e domande. Il desiderio, però, sarebbe uno: poter incontrare Salim in carcere quando sarà possibile e autorizzato.

Un paese piccolo è una cassa di risonanza: ogni voce corre veloce, ogni assenza pesa. E in mezzo a tutto questo, resta l’immagine di una famiglia che, nel giro di poche ore, si è ritrovata a portare addosso lo stigma di una vicenda più grande di loro.

Uno dei punti più delicati riguarda la salute mentale. Secondo quanto riferito dall’avvocato, i genitori non sarebbero stati a conoscenza di un percorso iniziato anni fa. Nel 2022, il giovane si sarebbe rivolto al Comune manifestando un malessere e sarebbe stato indirizzato al centro di salute mentale di Castelfranco Emilia, dove gli sarebbero stati prescritti farmaci.

Il percorso terapeutico, sempre secondo le ricostruzioni, sarebbe proseguito fino al 2024, quando sarebbe stato interrotto. A ricordare un passaggio cruciale è la sindaca di Ravarino, Maurizia Rebecchi: in assenza di condizioni che impongano trattamenti obbligatori, tutto dipende dall’autodeterminazione del paziente.

Negli ultimi tempi, sempre stando a quanto riportato dal legale, i familiari avrebbero notato un cambiamento: più chiuso, più isolato, sempre più concentrato su computer e cellulare. Borbottava, parlava da solo. “Lo hanno visto peggiorare”, ma “senza spiegarsi il perché, senza avere gli strumenti per capire”. E oggi, dentro quel dolore, resta anche questa domanda che brucia: quando un malessere cresce nel silenzio, chi può davvero accorgersene in tempo?

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